Il Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, è la fotografia dello stivale. Uno spaccato degli umori, delle paure, delle esigenze e aspettative delle generazioni che attraversano i nostri tempi. Abbiamo chiesto di spiegarci qualche passaggio della ricerca a Giorgio De Rita, Segretario generale del Censis.
Domanda. Nel 58° Rapporto Censis si parla di ‘sindrome italiana’. Siamo caduti nella rassegnazione? Di cosa si tratta?
Risposta. Non penso si possa parlare di un Paese rassegnato o impotente, non è questa l’interpretazione del Censis nell’ultimo Rapporto sulla situazione sociale italiana. Siamo una società piena di risorse, materiali e immateriali, densa di iniziativa imprenditoriale e di qualità individuali e collettive. Quello che vogliamo sottolineare è il rischio di un galleggiamento prolungato, della trappola di rimanere fermi, ancorati a un passato che non c’è più e incerti sul futuro che dobbiamo costruire. La sindrome italiana è tutta qui: bravi a resistere nelle emergenze e nei periodi di crisi; incerti e timorosi nelle fasi di crescita.
Un Paese, appunto, che galleggia, senza meta e senza direzione. Funziona abbastanza bene nel breve periodo perché ci permette di affrontare crisi profonde ma è rischioso se dura, come nel nostro caso, per quasi venti anni. Non vedo poi generazioni di depressi, solo generazioni vecchie e nuove adagiate sulla constatazione che, in fondo, se il galleggiamento ha funzionato nel passato funzionerà anche sulle nuove crisi che si intravedono all’orizzonte. E, mi sembra, abbiamo il dovere di dirlo chiaramente: quel modello di cinica furbizia oggi non funziona più.
D. Nel vostro studio si parla di ‘imbuto dei patrimoni’, ossia un imponente passaggio generazionale della ricchezza dai nati nel dopoguerra e negli anni ’60 alle nuove generazioni. Cosa vuol dire?
R. Penso che tutti, a partire da noi ricercatori, abbiamo sbagliato, e molto, a non dedicare attenzione e analisi al tema del “passaggio generazionale”. Basta guardare alle imprese, al trasferimento da generazione a generazione di responsabilità, di cultura, di valori prima ancora che di asset. O, ancora, all’impegno politico nei partiti, nelle associazioni, nel sindacato che appare incapace di tenere il filo dei processi di lungo periodo e si arrovella sui fatti del giorno, sulla bravura di formulare frasi ad effetto, di conquistare visibilità a basso costo. Pensi ad esempio alle Università o agli enti di rappresentanza: chi oggi costruisce classe dirigente?
Viene da dire: pochissimi, quasi nessuno.La caduta demografica degli ultimi trenta anni è sotto gli occhi di tutti, ne parliamo da tempo in dotti convegni ma sembra non interessare nessuno. A un certo punto l’equazione è semplice: con sempre meno nati i patrimoni immobiliari e finanziari accumulati in anni di risparmi e sacrifici si distribuiranno su platee di eredi sempre meno numerose. I giovani erediteranno le case e i soldi di nonni, zii, genitori, parenti di vario ordine e grado. Bene per loro, naturalmente ma per la società? Stiamo ponendo le condizioni di nuove generazioni la cui principale attitudine sarà di vivere di rendita dei patrimoni ricevuti in dono, il cui compito prevalente sarà di non rischiare e non disperdere. Non mi sembra uno scenario positivo.
D.Il Rapporto mette in luce che tra il 2013 e il 2023 si è registrato un aumento del 23% in termini reali della spesa sanitaria privata pro-capite, la quale nell’ultimo anno ha superato complessivamente i 44 miliardi di euro. Alla luce del progressivo invecchiamento della popolazione cosa crede che succederà in futuro?
R Non serve particolare immaginazione per dire che la spesa privata per la tutela e la cura della salute è destinata a crescere, e di molto. Le risorse pubbliche sono sempre più scarse e la domanda di salute aumenta, anche ma non solo per l’invecchiamento. Già da oggi vediamo, e denunciamo, i rischi di una “salute per censo”, dove i più ricchi si curano meglio e per tempo e i più fragili attendono o rinunciano. Siamo sempre lì: aspettare e vedere non ha senso, è un peccato mortale.
L’aumento progressivo della spesa sanitaria privata è un problema ma anche una straordinaria opportunità di ripensare alla radice il sistema sanitario nazionale, che non distingue tra pubblico e privato ma tra chi paga e chi non paga. Servono riforme strutturali e, per farle, serve una visione di sistema capace di tenere insieme il ruolo del medico di base, del farmacista, dell’assicuratore, della finanza, della tecnologia, della politica. L’errore imperdonabile che continuiamo a fare è il parlare solo di soldi, spesso con scarsa consapevolezza. È un’altra trappola del galleggiamento: prima o poi se non nuoti affondi, e la sanità è il settore nel quale il tempo di agire è scaduto da più tempo.
D.Il 65,2% degli italiani ritiene che si debba riconoscere la libertà individuale di andare in pensione prima dell’età prefissata e inoltre il 77,6% tra gli anziani vorrebbe poter lavorare. Che idea si è fatta dei pensionati del terzo millennio?
R. La previdenza, insieme alla sanità e al fisco, è una delle priorità strutturali da affrontare. La rigidità che ha retto il sistema delle pensioni negli ultimi trenta anni sta diventando controproducente. Pensiamo, ad esempio, a quanti lavoratori, quasi esclusivamente donne, escono dal mondo del lavoro o rinunciano a lavorare per accudire un genitore anziano. Sono costretti a farlo ma rendono un servizio collettivo e impediscono l’impegno di un volume insostenibile di risorse pubbliche. Spesso la libertà di andare in pensione prima del raggiungimento dei limiti di età è una necessità più che una scelta autonoma.
Allo stesso modo molte persone, in là con gli anni, hanno nel lavoro motivo di sostegno economico o di attribuzione di senso allo scorrere dei giorni. O, ancora, pensiamo a chi ha avuto percorsi professionali tortuosi, lavorando un po’ qui e un po’ là. I pensionati del terzo millennio avranno tante facce e tante esigenze. Lo sforzo da fare è programmare il metodo per riconoscere i bisogni ed elaborare le risposte, che necessariamente sono molto diverse tra loro. Guai a pensare, come abbiamo fatto fin qui, che una ricetta è buona per ogni pasto. A partire dall’esagerata enfasi su terza, quarta, quinta gamba del sistema previdenziale. Gli italiani risparmiano e accumulano ma non si fidano di chi prova a convincerli sulle lunghissime scadenze, meglio i soldi sotto il cuscino.