L’aumento dei prezzi dei beni alimentari, poco sotto il 25% in quattro anni e quasi il 30% in sei anni, ha dato il via al consueto duello tra produttori e consumatori.
L’incremento shock, però, non è dovuto tanto alle distorsioni della catena produttiva, che pure esistono, ma a fattori ‘esterni’, attribuibili alla invasione dell’Ucraina e alle conseguenti sanzioni imposte alla Russia, che hanno creato problemi a monte del settore agro-alimentare. Di cui, purtroppo, l’Italia ha pagato conseguenze più aspre dei concorrenti.
Sul fronte dell’energia il nostro Paese ha registrato un incremento dei costi doppio rispetto alla media europea. Anche perché non dispone di energia nucleare. Sul fronte dei concimi (e non solo) è andata anche peggio con prezzi sortiti raddoppiati dalla crisi. L’andamento dei fertilizzanti è dovuto a sua volta principalmente all’aumento dei costi dell’energia, in particolare del gas naturale. Ma hanno fatto la loro parte anche le restrizioni all’esportazione di fertilizzanti da parte di Paesi chiave, a cominciare dalla Russia, e l’aumento dei costi di trasporto marittimo innescato dalla crisi del Golfo Persico.
In attesa che finalmente ‘scoppi’ la pace, sul fronte delle ricadute della fiammata sul potere d’acquisto dei consumatori, quindi, le soluzioni andrebbero trovate prima di tutto altrove dai produttori. In quanto il vero problema è costituito dalla mancanza di un adeguamento a questa corsa. Un primo passo, perlomeno per avere una visione complessiva più ampia, potrebbe essere quello di ricorrere a un sistema di ‘fotografia’ dell’andamento dei prezzi diverso dall’attuale, sul quale calibrare poi eventuali indicizzazioni. Passando a esempio – è la proposta lanciata da CNA Pensionati – dall’attuale Foi all’Ipca, l’Indice armonizzato dei prezzi al consumo, usato in Europa e basato sull’effettiva spesa delle famiglie, generi alimentari in primis.
Pietro Romano