Dalla ‘fatica di educare’ sulle spalle dei genitori 5.0 ci salveranno i nonni? Probabilmente sì, oppure chissà. Cosa succede nelle famiglie italiane, sempre più piccole, sempre in minor numero e sempre più affannate e in difficoltà nel difficile compito di educare la propria prole? Lo chiediamo a Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano, noto divulgatore scientifico e autore di bestseller su genitorialità, psicologia e educazione affettiva/sessuale.
Domanda: Professore, oggi ci chiediamo spesso se siamo diventati intolleranti ai bambini nei ristoranti, nei treni, nei luoghi pubblici o se questi ultimi siano i meno educati di sempre. Perché la convivenza è diventata così complessa?
Risposta: Perché la vita degli adulti è diventata estremamente frenetica e impostata sulla logica del profitto e della velocità. I bambini, per loro natura, rallentano la vita, sono concentrati sulle piccole cose, portando un’attenzione che stride con i ritmi serrati dei grandi. In questo contesto, i dispositivi digitali sono diventati ausili che rendono i bambini meno ingombranti: offrendo una gratificazione e una distrazione sempre a portata di mano, li fanno tacere e permettono agli adulti di avere figli di cui, di fatto, devono occuparsi poco.
D: Oltre alla velocità, non crede che ci sia anche una sorta di crescente egoismo da parte degli adulti?
Risposta: Certamente. La nostra società, per rispondere alle regole del mercato, ha sviluppato una concentrazione disarmonica sull’io, che si è trasformato in un ‘super-io’. Questo ci porta a dimenticare la dimensione del ‘noi’, rendendo l’altro — che sia un vicino di casa, il partner o un figlio — un potenziale ingombro. Il bambino, in particolare, rompe gli equilibri di coppia spesso già fragili, basati sulla semplice convivenza di due individualità e obbliga a diventare un ‘noi’, si chiama baby clash e mette in crisi molte convivenze o matrimoni. Oggi cerchiamo rifugio nelle communities online proprio perché lì il nostro io regna sovrano: se l’altro ci dà fastidio, lo blocchiamo e risolviamo il problema in un secondo, ma così perdiamo empatia e capacità relazionale.
D. Tuttavia c’è un altro elemento da considerare: molti genitori di oggi, cresciuti con un’educazione rigida, tendono ad accontentare ogni desiderio del figlio in una sorta di contraltare della propria infanzia. Quali sono le conseguenze di questo ribaltamento educativo?
Dalla ‘fatica di educare’ sulle spalle dei genitori 5.0 ci salveranno i nonni? Probabilmente sì, oppure chissà. Cosa succede nelle famiglie italiane, sempre più piccole, sempre in minor numero e sempre più affannate e in difficoltà nel difficile compito di educare la propria prole? Lo chiediamo a Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano, noto divulgatore scientifico e autore di bestseller su genitorialità, psicologia e educazione affettiva/sessuale.
Domanda: Professore, oggi ci chiediamo spesso se siamo diventati intolleranti ai bambini nei ristoranti, nei treni, nei luoghi pubblici o se questi ultimi siano i meno educati di sempre. Perché la convivenza è diventata così complessa?
Risposta: Perché la vita degli adulti è diventata estremamente frenetica e impostata sulla logica del profitto e della velocità. I bambini, per loro natura, rallentano la vita, sono concentrati sulle piccole cose, portando un’attenzione che stride con i ritmi serrati dei grandi. In questo contesto, i dispositivi digitali sono diventati ausili che rendono i bambini meno ingombranti: offrendo una gratificazione e una distrazione sempre a portata di mano, li fanno tacere e permettono agli adulti di avere figli di cui, di fatto, devono occuparsi poco.
D: Oltre alla velocità, non crede che ci sia anche una sorta di crescente egoismo da parte degli adulti?
Risposta: Certamente. La nostra società, per rispondere alle regole del mercato, ha sviluppato una concentrazione disarmonica sull’io, che si è trasformato in un ‘super-io’. Questo ci porta a dimenticare la dimensione del ‘noi’, rendendo l’altro — che sia un vicino di casa, il partner o un figlio — un potenziale ingombro. Il bambino, in particolare, rompe gli equilibri di coppia spesso già fragili, basati sulla semplice convivenza di due individualità e obbliga a diventare un ‘noi’, si chiama baby clash e mette in crisi molte convivenze o matrimoni. Oggi cerchiamo rifugio nelle communities online proprio perché lì il nostro io regna sovrano: se l’altro ci dà fastidio, lo blocchiamo e risolviamo il problema in un secondo, ma così perdiamo empatia e capacità relazionale.
D. Tuttavia c’è un altro elemento da considerare: molti genitori di oggi, cresciuti con un’educazione rigida, tendono ad accontentare ogni desiderio del figlio in una sorta di contraltare della propria infanzia. Quali sono le conseguenze di questo ribaltamento educativo?
R. Ci sono purtroppo delle forti conseguenze negative. Il problema centrale è che così facendo non insegniamo la ‘tolleranza alla frustrazione’ togliendola dal percorso di crescita del bambino. Abbiamo smesso di educare ai “no” che aiutano a crescere. I genitori di oggi vengono spesso definiti “fragili” non perché non amino i figli, ma perché li hanno amati troppo o hanno permesso loro troppa gratificazione immediata. Quando poi questi figli diventano adolescenti, e i limiti necessari si fanno più impegnativi da sostenere, molti genitori non ce la fanno e preferiscono allontanarsi o lasciare che i ragazzi facciano ciò che vogliono.
D. Questo spiega perché si parla sempre più spesso di una “generazione ansiosa”?
R. Esattamente. Senza l’allenamento alla frustrazione, l’altro non è più percepito come una risorsa, ma come una sorgente di ansia, preoccupazione e giudizio. I ragazzi perdono la capacità di costruire alleanze e si rifugiano nella gratificazione istantanea del mondo online, rinunciando alla felicità profonda che deriva dalle relazioni reali, dall’amicizia e dall’amore. Spesso i bambini vengono lasciati allo “stato brado” solo perché l’adulto non vuole affrontare la fatica di dire di no. La tolleranza è scambiata dai genitori per il ‘troppo amore’. Se togliamo la fatica, non alleniamo la “muscolatura” emotiva necessaria per i momenti difficili della vita.
D. Nel suo ultimo libro, Esci da quella stanza, lei approfondisce proprio il rapporto tra la Generazione Z e lo smartphone. Cosa è emerso?
R. Il libro nasce come un manuale di prevenzione per i genitori. Mostra come la Generazione Z, avendo avuto in mano lo smartphone sin dalla preadolescenza, si sia trovata a vivere contemporaneamente due vite, reale e digitale, diventando più fragile e ansiosa. Spiega inoltre come le Big Tech abbiano manipolato la vulnerabilità del nostro cervello attraverso il rilascio di dopamina, usando meccanismi simili a quelli delle slot machine — gratificazione istantanea e alternata — per trasformare i nostri bisogni profondi di socializzazione in profitto. È fondamentale riportare i ragazzi alla vita reale.
D. In questo scenario così complesso, che ruolo possono avere i nonni?
R. I nonni sono importantissimi e possono essere un vero “salvavita”. Sono i testimoni della vita reale: sono quelli che fanno ancora giocare i nipoti a carte, cucinano il pranzo della domenica, fanno i cruciverba con loro o preparano una torta insieme. Soprattutto, i nonni hanno “tempo da perdere” e non rispondono alle logiche del profitto o del marketing. Quando si mettono a tavola con i nipoti chiedendo “come va?” offrono un modello di accompagnamento nella vita reale che è preziosissimo per sfuggire alla calamita digitale. Insomma, viva i nonni!