“Caro Babbo Natale, quest’anno come regalo vorrei la compagnia, persone con cui festeggiare o semplicemente con cui “stare”,che mi vogliano bene e a cui io voglia bene. L’idea di essere soli in quei giorni mi rende tremendamente triste e seppure non lo ammetterò mai, mi fa sentire fuori dal mondo. Ti ringrazio e aspetto con fiducia.”
Questa è una lettera onesta, veritiera, che molti non avranno mai il coraggio di scrivere. Perché ci sono due tipi di difficoltà:
Ammettere con se stessi che si sta soffrendo la solitudine durante le feste. Quando gli altri festeggiano, nell’angolino più remoto della nostra mente, nasce la domanda “e perché io no?” Al di là del credere o meno nello spirito natalizio, ci si sente fuori dal gruppo e il senso di appartenenza che è uno dei bisogni primari della nostra specie va in sofferenza. Anche quando si vuole fare il bastian contrario, con tutte le motivazioni valide del caso, si è comunque schiavi della direzione del gruppo.
Comprendere la pericolosità della solitudine. Desiderare di essere soli per stare con il proprio Sé, è utile alla nostra specie per essere in ascolto e in contatto con i propri desideri ed intenzioni. La solitudine imposta – cioè mancare della condivisione di pensieri, riflessioni e sensazioni – vuol dire invece implodere nella direzione di quel solipsismo dove ognuno narra la propria realtà, coltivando un unico punto di vista e diventando giudici, compagni, avvocati, amici, dei propri pensieri, in un certo senso dittatori di sé.
Ecco perché diventa fondamentale imparare a convivere con due modelli opposti: la programmazione e la casualità. La prima bisogna coltivarla attraverso riflessioni, pensieri e azioni che hanno lo scopo di anticipare il rischio della solitudine. Ragionare su quali sono le persone con cui si vorrebbe/potrebbe passare le festività, costruendo la relazione e preparando il terreno per un invito o per lasciarsi invitare, superando l’imbarazzo e la vergogna, sarebbe già un’ottima strategia. La seconda, la casualità, guida le nostre vite quando lasciamo accadere, accettiamo senza giudizi che succeda quel che succeda. È quel sospiro di chi sa che a volte bisogna lasciar andare e incrociar le dita.
Messe in campo tutte le azioni programmate: gli inviti, le telefonate e tutto quanto utile, è necessario affidarsi al caso, sapendo che ciò che arriverà andrà comunque bene. La fiducia di aver fatto ciò che è possibile e che il resto non dipende più da noi, rende fattivo un atteggiamento che soprattutto nella terza età porta saggezza e serenità.
Le festività possono essere l’occasione per attivarsi ad una strategia dove la razionalità si mette a disposizione dell’emotività, in cui giochiamo di anticipo per affrontare con intelligenza momenti emotivamente e spesso involontariamente, pregni.
Chiara Volpicelli
(Psicologa)