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Sorpresa! Maturità fa rima con felicità…


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C’è stato un tempo in cui la felicità era considerata un affare da giovani. Sogni per il futuro, farfalle nello stomaco e primi amori venivano narrati come il periodo d’oro dell’esistenza. Poi, secondo i sociologi, la curva della felicità subiva un’inflessione, scendeva nella mezza età, schiacciata dal peso delle responsabilità, prima di risalire leggermente verso la vecchiaia, stagione di pace e consapevolezza.

E se non fosse la giovinezza il periodo della vita in cui siamo più felici?

Secondo il Global Flourishing Study, una delle indagini più ampie mai realizzate sulla fioritura umana – ossia prosperità e realizzazione della vita in senso integrale: materiale, relazionale, morale e spirituale – promossa dalle università di Harvard e di Baylor, attraverso l’analisi di oltre 200mila partecipanti da 22 Paesi, la felicità non segue più una curva netta. Piuttosto, cresce in modo più lento e irregolare, con un picco sorprendente intorno ai cinqunt’anni e una buona tenuta fino alla vecchiaia.

Mentre i giovani adulti tra i 18 e i 29 anni sarebbero in difficoltà per le maggiori incertezze sul futuro, ma soprattutto per solitudine e isolamento dati dagli schermi e dai social che portano a un indebolimento delle relazioni autentiche e alla perdita di contatto intergenerazionale.

Il paradosso è che, mentre cerchiamo di parere eternamente giovani, i veri depositari della felicità sembrano quanti non hanno più bisogno di dimostrarlo.

In effetti, oggi la maturità viene finalmente rivalutata anche dai dati: meno stress per la carriera, meno pressioni sociali, più tempo per sé, per i propri affetti e per i propri interessi. È in questa fase che si riscopre il piacere di coltivare la propria interiorità, di essere presenti davvero, di ascoltare, di donare. Ed è proprio questo che emerge dal Global Flourishing Study: chi frequenta luoghi di comunità, chi partecipa alla vita religiosa o si dedica al volontariato mostra indici di felicità più alti, minor senso di solitudine e una maggiore capacità di affrontare anche le difficoltà.

Non è un caso se, sempre secondo lo studio, i Paesi più “felici” non sono necessariamente quelli più ricchi. La Tanzania supera la Svezia, l’Indonesia guida la classifica, mentre il Giappone — pur con un’aspettativa di vita altissima — si ritrova in fondo alla lista. Perché? Perché la felicità, quella vera, non si misura in euro o in dollari, ma in connessioni umane, in senso, in spiritualità.

E l’Italia? Secondo il Rapporto Onu sulla Felicità, l’Italia nel 2024 ha registrato un calo significativo nella classifica mondiale della felicità, scivolando al quarantunesimo posto, ben otto posizioni sotto rispetto all’anno precedente. A sorpresa, però, un dato emerge con forza: gli anziani italiani, in particolare quelli over 65, risultano essere più felici dei giovani, con un graduale aumento della felicità con l’avanzare dell’età.

E non solo, uno studio elvetico-tedesco pubblicato sullo Psychological Bulletin, che ha coinvolto oltre 460mila persone, ha indagato i cambiamenti osservati nell’ambito di tre componenti essenziali del benessere soggettivo: soddisfazione nella vita, stati emotivi positivi, stati emotivi negativi. Il risultato? Durante la propria vita le persone sono più felici all’età di settanta anni.  Non perché tutto sia perfetto, beninteso, ma perché finalmente si è smesso di inseguire la perfezione. Comprendendo di essere arrivati nella stagione in cui si capisce che la felicità non è un punto d’arrivo, ma un modo di camminare. E allora sì, felicità fa davvero rima con maturità. Con la meravigliosa libertà di essere se stessi.

Satya Marino