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La verità, vi prego, sui costi della guerra


Varie

Per farsi un’idea degli effetti che la penuria energetica innescata dalla guerra all’Iran produce sui paesi europei, leviamo lo sguardo dallo stretto di Hormuz e posiamolo altrove. Sull’Europa, appunto. La debacle di Viktor Orbán in Ungheria è stata salutata come la fine di un incubo, che consente tra l’altro di sbloccare 90 miliardi di aiuti europei all’Ucraina su cui pesava il veto dello sconfitto Orbán. Con sospetto tempismo, a pochi giorni dal voto ungherese il governo ucraino annunciava di aver riparato il gasdotto Druzhba (amicizia), fuori uso da gennaio. Dall’invasione russa dell’Ucraina, quel tubo trasporta petrolio del Kazakhstan attraverso Russia, Bielorussia e Ucraina (con il beneplacito dei tre paesi di transito) fino alla raffineria PCK, nei pressi di Berlino. L’impianto, che prima del conflitto trattava solo greggio russo, eroga il 90% della benzina, del cherosene e del combustibile per caldaie usati nella capitale tedesca e nel Brandeburgo. La sua importanza è tale che quando, nel 2025, gli Stati Uniti sanzionarono la russa Rosneft che lo controllava, il governo tedesco lo nazionalizzò.

A guastare il clima di rinnovato ottimismo è intervenuta Mosca, che ha vietato al Kazakhstan di riprendere a pompare petrolio nell’oleodotto. Benché riparato, questo resta dunque a secco. Ripetendo uno schema noto, il Cremlino usa l’energia come arma per punire la Germania, oggi principale fornitore di armi a Kiev. Nel 2022 furono tagliate le forniture di gas, ora è il turno del petrolio in un momento che vede l’Europa colpita dall’ammanco del greggio arabo. Il nuovo shock energetico colpisce peraltro economie, tra cui quella tedesca, che accusano ancora il colpo del 2022.

Torniamo dunque a Hormuz: un collo di bottiglia attraverso cui in tempi normali transita un quinto del greggio mondiale, il quale copre circa il 30% dei consumi primari di energia restando così la singola fonte energetica più usata al mondo. Il petrolio innerva tutte le nostre società, a partire da ciò che mangiamo. L’urea è cruciale come fertilizzante, perché ricca di azoto. Sintetizzarla è un processo altamente energivoro, che fa uso massiccio di ammoniaca. Questa è ottenuta con un altro processo ad alto dispendio di energia, che fa ampio uso di idrogeno. E il modo più economico di ricavare l’idrogeno è “estrarlo” del metano: così se ne produce quasi il 50% del totale. I paesi arabi del golfo forniscono di norma il 40% dell’urea e il 20% dell’ammoniaca mondiali. Circa il 30% dell’export globale di fertilizzanti e il 20% del gas naturale liquefatto (gnl) escono, sempre di norma, da Hormuz. Anche lo zolfo, sottoprodotto del petrolio, è usato per realizzare fertilizzanti, nonché in molti altri processi. Dal Golfo ne arriva (di norma) quasi metà dell’offerta mondiale. Un mese di chiusura dello stretto minaccia una generale scarsità di raccolti che usano alte quantità di fertilizzanti azotati. Tra questi mais, grano e riso, che sfamano gran parte dell’umanità. Per le economie ricche implica inflazione alimentare, che si somma a quella energetica (carburanti, bollette). Per le economie povere, fame e instabilità.

Poi c’è l’industria. Nei porti del Golfo bloccati dalla guerra transitano ogni anno prodotti chimici, polimeri, metalli e materiali da costruzione di cui Arabia Saudita, Emirati, Iraq, Oman, Qatar e Kuwait sono esportatori. Lo stop delle grandi fonderie in Qatar e in Bahrain priva il mercato di quasi il 10% dell’alluminio mondiale. Il Qatar è anche il secondo esportatore di elio dopo gli Stati Uniti: ne produce(va) circa un terzo del totale mondiale presso gli impianti di Ras Laffan, danneggiati dall’Iran. L’elio, che associamo ai palloncini, è usato in settori disparati: criogenia, ambienti ad atmosfera controllata, saldature, rilevazione delle fughe di gas, miscele per subacquei, ricerche sulla fusione nucleare, acceleratori di particelle, filiere dei chip. La guerra ha compromesso anche il sorvolo del Golfo. Diverse categorie merceologiche come semiconduttori e altre componenti elettroniche, capi d’abbigliamento del fast fashion, forniture mediche e componentistica aerospaziale, fiori o prodotti alimentari deperibili viaggiano nelle stive degli aerei passeggeri o cargo. Aggirare i cieli del Golfo obbliga a rotte più lunghe e onerose, creando ritardi e rincari in Asia e negli altri grandi mercati. Europa compresa.

Queste ricadute sono destinate a produrre i loro effetti nel tempo. La Repubblica Islamica, almeno per ora, resta infatti in piedi e con circa metà del suo arsenale di missili e droni intatto nei depositi sotterranei. Soprattutto, la rappresaglia da essa scatenata lascia danni ingenti alle strutture energetiche del Golfo arabo: pozzi, stoccaggi, raffinerie, impianti di liquefazione del gas. Inoltre, difficilmente Hormuz tornerà alla normalità in tempi brevi, in quanto Teheran ha nel controllo dei transiti una formidabile arma negoziale e nell’esazione dei pedaggi una preziosa fonte di introiti per un’economia allo stremo. Tutto ciò porta a dire che qualunque sia l’esito ultimo del conflitto, difficilmente lascerà il tempo che ha trovato.

 

Fabrizio Maronta

Responsabile redazione e relazioni internazionali di Limes – Rivista italiana di geopolitica