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La lunga scia dell’11 settembre


Varie, Apertura

La storia si fa in ogni singolo istante. È un fluire ininterrotto che noi esseri umani, nel costante sforzo di comprendere e spiegare, suddividiamo in periodi arbitrari per ordinarne gli eventi. Nel farlo stabiliamo nessi causa-effetto che ci aiutino a riempire di senso il passato: l’unica dimensione dell’esistenza che ci è dato conoscere in dettaglio, ammesso di averne i mezzi documentali e interpretativi.
Ci sono però eventi che assumono un’importanza particolare. Nell’immediato perché sconvolgono le nostre esistenze, suscitando reazioni ed emozioni forti. A posteriori perché il successivo dipanarsi dei fatti prende una piega che può essere fatta risalire a quel momento, il quale assume così valenza di spartiacque.

Gli attacchi dell’11 settembre 2001, di cui nel 2026 cade il venticinquennale, sono uno di quei momenti. Per almeno tre ragioni: per l’assioma che sgretolano, per il mito che smentiscono e per la reazione che innescano.

L’assioma è quello dell’insularità, mentale prima ancora che fisica, degli Stati Uniti d’America. Paese che le due guerre mondiali certificano benedetto dalla geografia, perché confinante con i pesci a est e a ovest e con due Paesi innocui. A nord il Canada, culturalmente affine. A sud il Messico, sconfitto nella guerra del 1846-48, che ne trasferisce i territori settentrionali alla nascente potenza statunitense cui da allora sarà assoggettato, in ossequio alla dottrina Monroe (1823) che vuole l’America latina “cortile di casa” degli Usa a riparo dalle nefaste influenze europee.

Il mito è quello della “fine della storia” teorizzata con un saggio su The National Interest prima (1989) e in un famoso libro poi (1992) dallo storico nippo-statunitense Francis Fukuyama, in scia al trionfo statunitense sull’Urss. Una fine filosofica, non letterale, ma egualmente dirompente. La formula americana – repubblica più democrazia liberale più economia di mercato – come modello sommo dell’organizzazione sociopolitica dell’umanità. Modello privo di valide alternative, il cui successo deriva anche e soprattutto dalla sua naturale desiderabilità che porta il resto del mondo a volerlo imitare. Dunque, a farsi americano.

L’abbiamo chiamata globalizzazione, ma vista da Washington (e non solo) era americanizzazione nel senso più profondo, antropologico del termine. Ciò ribadiva agli statunitensi di essere nazione indispensabile, città sulla collina, faro dei popoli in ossequio a quella “religione civile” (così il sociologo Robert N. Bellah nel suo celebre saggio del 1967) che nel nucleo bianco, anglosassone e protestante del Paese unisce messianismo e individualismo in un amalgama irripetibile.

La reazione, che è quella più densa di implicazioni geopolitiche, è l’inizio di quella “war on terror” (guerra al terrorismo) invincibile non già per mancanza di mezzi militari, ma per il loro crescente e sistematico abuso. La nota attivista pakistana Malala Yousafzai, originaria delle aree tribali a ridosso del poroso confine con l’Afghanistan per secoli tomba di grandi imperi, ha detto che i fucili uccidono i terroristi, ma è solo l’istruzione a uccidere il terrorismo. A farle sinistra eco, la massima dei taliban secondo cui “voi [occidentali] avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”.

Sfruttando gli attentati per dar corso al progetto di plasmare il Medio Oriente a immagine di un’America ferita, ma ancora convinta di essere insostituibile, i neoconservatori – figli legittimi del secolo americano – di George W. Bush imbarcarono il Paese in una guerra senza fine, perché priva di un fine realistico. Un conflitto che invece di estirpare un nemico amorfo e inafferrabile, ha finito per logorare la superpotenza in almeno tre modi.

Primo: sovraesponendone le poderose, ma non onnipotenti, forze armate. Secondo: accentuando la corsa sfrenata del debito pubblico, già gonfiato dalla crescente dipendenza industriale dall’Asia. A questa si somma una progressiva dipendenza finanziaria dai Paesi asiatici, arabi e (in minor misura) europei, chiamati a pagare il costo delle guerre infinibili con acquisti di T-bonds. Terzo: suscitando, con il rovesciamento dei taliban in Afghanistan e di Saddam Hussein in Iraq, speranze di soccorso nelle giovani popolazioni nordafricane e mediorientali. Una spinta sfociata nelle “primavere arabe”, represse nel sangue senza che Washington o altri occidentali alzassero un dito.

La recente guerra contro l’Iran, mossa all’insegna del “we’re on our way” (stiamo arrivando, istigazione agli iraniani affinché si ribellassero), è il tragico epilogo di questa sequela di promesse tradite, il cui danno morale e politico non tarda a manifestarsi. Esternamente, quando il leader cinese Xi Jiping avverte che “il mondo può andare avanti senza l’America”. Internamente, laddove oggi appena il 20% degli statunitensi ritiene che il proprio sistema sia il migliore del mondo, contro il 67% degli anni Ottanta; mentre il 40% dei trenta-quarantenni statunitensi definisce “negative” le figure dei padri fondatori, contro il 10% dei settanta-ottantenni.

L’America resta un formidabile serbatoio di energie e di contraddizioni, di innovazione e di idee, di potenza e di diversità. Un caleidoscopio che continuerà a influenzare il mondo. Ma questo mondo è sempre più affollato di attori e modelli alternativi, che non si accontentano più del ruolo di comprimari. È un mondo sempre meno occidentale.

 

Fabrizio Maronta

Responsabile Redazione e Relazioni internazionali di Limes – Rivista italiana di geopolitica