Quando Jacinta Ardern è stata eletta presidente della Nuova Zelanda nel 2017, la notizia ha fatto il giro del mondo. Non solo, infatti, era stata eletta per la prima volta una donna al governo di una Nazione, ma si trattava anche di constatare come questa elezione fosse anche uno scossone per infrangere il conosciuto “tetto di cristallo”.
A soli 37 anni Jacinta Ardern si è messa a disposizione del Paese con tutte le sue forze e capacità, affrontando tutte le problematiche che una nazione è tenuta a considerare in ambito nazionale e internazionale compresa la pandemia, novità assoluta per ogni governante. Il suo approccio è stato quello di affermare che si deve essere sempre gentili ma forti, empatici ma decisi, ottimisti ma concentrati. E così è stato.
L’attenzione e l’impegno che il suo governo, sottoposto al giudizio dei cittadini, ha sempre rivolto alle tematiche sociali, culturali e ambientali la confermano una buona governante. Perché allora dimettersi?
La motivazione rilasciata della presidente è di carattere molto personale e lascia tutti basiti. Questa notizia fa immediatamente, come per la notizia della sua nomina, il giro del mondo. E’ infatti la prima volta che un premier lascia il governo di un Paese senza esserne costretto. L’incredulità fa scandagliare la vita pubblica e privata della presidente Jacinta Ardner alla ricerca di motivazioni nascoste. Nulla, non si è trovato nulla. La Presidente, come ha affermato, ha solo voglia di affetti di famiglia e normalità.
Il “morbo” del bisogno di normalità è contagioso. Si rileva infatti come sempre più giovani donne scelgano di vivere una vita legata maggiormente agli affetti rispetto alla carriera.
Questa scelta, in realtà, ha diverse sfaccettature. La pandemia ha obbligato molte donne a ritornare tra le mura domestiche penalizzandole al momento del rientro per la mancanza di aiuti e servizi, mettendole in condizione di scegliere tra mille difficoltà da affrontare fuori casa o tra godere degli affetti della famiglia. Quella della Ardern ovviamente deve essere interpretata come una libera scelta mai come una costrizione o alternativa alla mancanza di servizi e indispensabili aiuti. Altra sfaccettatura del contesto è la tematica legata alla intimità dei sentimenti familiari che molte donne vivono.
Non essere presenti nei momenti significativi di crescita dei figli quali primo giorno di scuola, recite scolastiche, confronto con i docenti, compleanni, gare sportive e altro rende particolarmente sterile la soddisfazione raggiunta attraverso il lavoro. Sono una fervente sostenitrice che l’emancipazione della donna passa anche attraverso il lavoro. Sono anche consapevole che la famiglia negli anni si è molto trasformata, aggiungendo al benessere culturale di questa scelta la necessità economica. Penso però che dalla riflessione in atto tra le donne sul tema della scelta tra tempo del lavoro e della famiglia, debbano arrivare delle risposte che abbiano senso a giustificare la scelta delle dimissioni di Jacinta Ardern e di tutte quelle donne che come lei, in questo momento, stanno decidendo cosa scegliere per il futuro loro e dei figli che consapevolmente decideranno di avere.
Figli che cercano di crescere in armonia con una diversa e continua trasformazione del tempo, del lavoro, del potere, del mondo, testimoniata dai contenuti delle diverse manifestazioni in atto e dai diversi percorsi ambientalisti e culturali, compresa la ribellione delle coraggiose donne Iraniane che credono in una rivoluzione non solo femminile, ma nella forza della libertà universale.
Condividiamo quindi le dimissioni di Jacinta Ardern come atto di forza e coraggio, un modo diverso di “camminare” verso un cambiamento di sentire e agire condiviso tra uomini e donne.
Da leader, Jacinta ha capito quando per lei era il momento di lasciare un percorso da leader per dedicarsi ad un compito altrettanto importante, quello della crescita della figlia Neve. Parità Rispetto Dignità, sono i valori che dovranno sempre più diventare patrimonio dei nostri giovani.
Solo così potremmo sognare un mondo in sintonia con noi stessi governato da giovani illuminati.
Maria Rosa Battan