Sono da sempre la prima figura di riferimento alla quale rivolgersi in caso di malattia, per una visita, un certificato o la famosa “ricetta”. Durante i mesi tristi della pandemia anche loro, al pari dei colleghi nelle corsie degli ospedali, hanno pagato un tributo molto pesante se si considera che il 40% dei medici deceduti erano medici di famiglia. Da anni, oltretutto, sono alle prese con una vera e propria emorragia, in termini di addetti. Secondo gli ultimi dati Sisac, la Struttura interregionale sanitari convenzionati, nel 2023 i medici di famiglia in servizio sull’intero territorio nazionale erano 37.860, ben 6.576 in meno rispetto al 2016 e 1.410 in meno rispetto al 2022. Il risultato, per quelli che restano in servizio, è un aumento smisurato dei carichi di lavoro, mentre per molti pazienti trovare un medico di base, o richiedere una visita, diventa quasi una missione impossibile. Ne parliamo con Silvestro Scotti, segretario generale della Fimmg, la Federazione dei medici di medicina generale.
D. Dottore, cosa sta succedendo ai medici di famiglia?
R. Nell’arco di 6 -7 anni abbiamo perso poco meno di 7.000 medici, con un’accelerazione nell’ultimo periodo. Va detto che sono 15 anni che noi denunciamo questo trend. Eppure, non era difficile programmare il fabbisogno per far sì che non si arrivasse a questo punto, tenendo conto del fatto che la popolazione sta invecchiando, circostanza che si traduce in un bisogno di assistenza e attenzione maggiori. Molti cittadini non sanno che il numero di medici di famiglia si calcola in base a un rapporto ottimale, che una volta era di un medico ogni mille pazienti, un numero coerente con le esigenze degli assistiti. Oggi ci sono medici in Italia, soprattutto al Nord, che hanno in carico oltre 1800 assistiti, con una popolazione, come le dicevo, che invecchia e che presenta un bisogno assistenziale maggiore. Queste dinamiche erano state previste a partire dal 2002, ma di recente hanno subìto un’accelerazione perché più medici vanno in pensione, meno medici restano, più aumentano i carichi di lavoro. Si sapeva benissimo che dal 2020 al 2026 si sarebbe verificato l’esodo maggiore, a causa dei pensionamenti, ai quali si sono aggiunte anche le conseguenze della pandemia.
D. Dopo il Covid 19 sono cambiate anche le modalità di interazione tra medici di famiglia e pazienti. Dalle file negli studi medici si è passati alla ricetta elettronica, ai messaggi sulle chat e ora, anche all’appuntamento tramite app. A parte le difficoltà ad adattarsi al nuovo corso, soprattutto per le persone anziane, molti pazienti sostengono che farsi visitare dal proprio medico è diventato sempre più difficile, soprattutto in caso di visita domiciliare. Si finisce allora per ricorrere ai pronto soccorso che si trasformano in veri e propri gironi infernali. Come correggere questa situazione?
R. Se la medicina generale non viene dotata almeno di un’organizzazione del lavoro che permetta di avere collaboratori di studio, assistenti, Oss e infermieri disponibili a lavorare sul territorio, sarà difficile invertire la tendenza. Se lei parla con un qualunque paziente, gli chiede com’era il suo medico 15 anni fa le risponderanno che era un eroe, un santo. Si trattava di un medico che molto spesso si confrontava solo con problemi acuti, non con lo tsunami di cronicità che abbiamo oggi, con un buon 80% dei pazienti che ha esigenze di controllo non dico settimanale, ma almeno mensile. Se un medico deve controllare tutti i suoi pazienti una volta al mese, e programmare 1.500 visite nell’arco di 20 giorni, va da sé che l’acceso libero in ambulatorio diventa un problema. È chiaro che tutto questo crea un ulteriore muro che il paziente percepisce come una ridotta disponibilità. A mio parere, i medici sono troppo pochi rispetto al modello di offerta di cure primarie a cui gli italiani sono abituati. Con l’avvento di sistemi di comunicazione con messaggistica, il lavoro è diventato senza fine. Come correggere questa situazione? Intanto è stata prevista, per qualche anno, la possibilità per i medici che se la sentano e sono in buona salute di rimanere al lavoro fino a 72 anni, in mancanza di giovani pronti a subentrare. Purtroppo, ne è nata una battaglia generazionale, con molti giovani che si sono sentiti penalizzati da questa eventualità.
D. Tra gli obiettivi del Pnrr c’è quello di ricostruire la rete della medicina territoriale puntando sulle case e sugli ospedali di comunità o cosiddette unità di continuità assistenziale. A quanto sembra, tuttavia, esiste il rischio di creare delle scatole vuote, perché mancano medici e infermieri. Che ruolo avranno i medici di famiglia?
R. I medici di famiglia dovrebbero coordinarsi per fare in modo che venga mantenuta l’offerta di prossimità dei loro studi, che potrebbero anche diventare degli spoke delle case di comunità. Ma contemporaneamente, è previsto che una parte della loro attività possa anche essere svolta nelle nuove strutture. A questo punto la domanda è: che tipo di attività andranno a svolgere nella casa di comunità? Se si trattasse di semplice guardia medica, le dico che i pazienti preferiscono avere il loro medico nello studio vicino a casa. Avrebbe un senso, se si ragionasse invece su un intervento di équipe, ad intensità assistenziale maggiore.
D. Il PNRR prevede un investimento significativo nella digitalizzazione del sistema sanitario italiano, con un focus particolare sulla telemedicina, attraverso la creazione di piattaforme digitali integrate che permettano lo scambio di dati sanitari e la fornitura di servizi a distanza. Quale è il vostro punto di vista rispetto a questa direttrice, sapendo che vi è necessità di formare anche il personale sanitario sulle nuove tecnologie, oltre ai pazienti?
R. Io credo che la digitalizzazione del Pnrr possa essere un aiuto, ma diventa tale se si comincia a dialogare su ciò che serve ai professionisti e ai cittadini. Ho l’impressione che su questi tavoli ci siano solo i tecnici, che non possono capire di che cosa ha bisogno chi esercita una professione intellettuale e soprattutto, in un rapporto olistico di cure primarie, di cosa ha bisogno un cittadino. Secondo me su questi tavoli quelli che mancano sono proprio i cittadini, che a mio avviso vogliono il rapporto personale con il medico. All’inizio, invece di pensare di mettere i device in casa del paziente anziano, che spesso non ha neanche la rete o non sa come utilizzarla, tanto per capirci, sarebbe preferibile passare attraverso lo studio del medico di medicina generale per consentire al cittadino di collegarsi con lo specialista di secondo livello. Ciò avrebbe molto più senso e garantirebbe anche l’altro specialista: una prestazione in telemedicina fatta a distanza, in assenza di un soggetto sanitario presente, comporta delle responsabilità un po’ diverse per chi poi dovrà fare un referto. E questo potrebbe anche aumentare il contenzioso. In più, questo sistema rischia di spingere un po’ troppo verso il privato.