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I nostri racconti -La domenica al cinema e altri incantesimi perduti


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I racconti di VerdEtà

Chi può davvero dire di non provare un nodo alla gola quando il pensiero torna al passato? I ricordi hanno una capacità misteriosa: smussano gli spigoli del dolore, addolciscono le ombre, e dalle cose difficili lasciano riaffiorare, quasi per pudore, solo la tenerezza.

Non ho mai amato la frase un po’ sbrigativa “ai miei tempi”, pronunciata con l’aria di chi consegna una verità definitiva. Eppure, se mi fermo un momento, riconosco che molte di quelle esperienze che abbiamo vissuto da giovani avevano una qualità quasi irripetibile: la meraviglia dell’attesa, la sorpresa totale, la sensazione che il mondo fosse grande e luminoso.

Ricordo i regali legati alle ricorrenze: il compleanno, il Natale, la promozione a scuola, e poi quei passaggi importanti – la Prima Comunione, la Cresima – racchiusi in scatole bianche e oro che parevano scrigni.

Non era solo il dono in sé a emozionarci: era il non sapere, l’abbandonarsi alla fiducia che dentro quel pacchetto ci fosse qualcosa pensato per noi. Babbo Natale, la Befana, la scia profumata delle feste… tutto contribuiva a creare un incanto che nessuna tecnologia potrà più restituire.

La Cresima portò con sé anche qualche inquietudine. Mi domandavo se fossi stata abbastanza “brava” da meritare il regalo di rito: un orologio, o la catenina d’oro con l’effigie di Maria o di un Angelo.

Il mio dono era un orologio rettangolare dal cinturino bianco, regalo della madrina Agnese, cugina di mia madre.

Anch’esso un ricordo dolce, che però si porta dietro l’immagine un po’ amara dei volti dei ragazzi che non avrebbero ricevuto nulla, perché padrino e madrina non potevano permetterselo.

Tra le memorie più luminose ci sono i pomeriggi al cinema, quasi un rito settimanale. La mamma adorava il cinema. La domenica, dopo il pranzo dai nonni, il papà li riportava a casa e si fermava a giocare a bocce, mentre noi, veloci come il vento, preparavamo panini, qualche fetta di dolce e due biberon per i più piccoli che, cullati dal film, si addormentavano sereni.

La sala parrocchiale non era lontana, e i film erano sempre adatti a tutta la famiglia. La prima volta che vidi Fantasia la sentii come una rivelazione: musica e immagini che si rincorrevano in un universo dove tutto sembrava possibile. Ancora oggi rido e piango rivedendolo. Ma il digitale, pur comodissimo, non riesce a ricreare quella magia dell’oratorio, quel buio condiviso, quella sospensione del tempo che solo il cinema di “una volta” sapeva dare.

Non voglio dire che fosse meglio: era diverso. Uso volentieri il digitale, ne riconosco l’utilità enorme – e durante il lungo isolamento della pandemia è stato per molti di noi una compagnia preziosa, un ponte indispensabile.

Eppure, non posso ignorare gli effetti collaterali: le notti sacrificate per finire una serie, l’impulso immediato a cercarne un’altra, quasi fosse dipendenza più che piacere.

Ormai sappiamo bene quanto lo smartphone e gli aggeggi elettronici possano portare benessere, ma anche isolamento, disagio, disturbi veri e propri, soprattutto tra i più giovani che faticano a darsi un limite.  Per questo dobbiamo aiutare, educare, accompagnare. Gli strumenti dell’innovazione sono un dono, ma richiedono responsabilità.

Ogni progresso porta con sé benefici e rischi. Le scoperte tecnologiche trasformano la società, e la società deve imparare a usarle senza subirle. Nella corsa verso il nuovo non possiamo dimenticare l’essenziale: che ogni innovazione, per essere buona, deve avere al centro la persona, la sua fragilità, la sua dignità, la sua tutela. Solo così il futuro potrà davvero profumare di umanità.

Maria Rosa Battan