Umberto Galimberti, 82 anni, è filosofo, saggista, psicoanalista, docente universitario, giornalista del quotidiano “la Repubblica”
Di Livia Pandolfi
Il ritorno degli imperi, la tecnologia che annulla il senso della vita dell’uomo e le prospettive assai confuse dei ragazzi 5.0. Non è tenero Umberto Galimberti se gli si chiede cosa pensa del presente e del futuro. La sua analisi restituisce una visione chiara, tagliente, quasi spietata di una realtà che in questo primo scorcio del 2025 sembra aver messo il pianeta in un gigantesco frullatore di senso, valori e – appunto – oscure prospettive.
Domanda. Professore, cosa sta succedendo intorno a noi?
R. Sta succedendo che attraversiamo un cambiamento epocale dove il problema non è più la contrapposizione fra destra e sinistra ma l’opposizione tra dittature, autocrazie e democrature da un lato e democrazie dall’altro. Al momento ciò che conta non è più la giustizia ma la forza e questo determina un regresso spaventoso dell’umanità. In futuro, dunque, la contrapposizione, o addirittura la guerra, sarà fra regimi democratici e imperialisti. E oggi come oggi si stanno delineando tre imperi: Stati Uniti, Cina, Russia.
D. E noi europei in tutto questo come possiamo porci?
R. Io penso che l’Europa dovrebbe organizzarsi in assetto di difesa, di deterrenza anche armata. La Russia vuole conquistare tutto lo spazio che dà sul Mar Nero per entrare e uscire tranquillamente nel Mediterraneo, non a caso ha già preso la parte meridionale dell’Ucraina a eccezione di Odessa. Ma l’obiettivo – e l’ho sempre pensato sin dall’inizio – non è tanto l’Ucraina ma la democrazia europea.
D. Addirittura?
R. La Russia non vuole che lo stile di vita delle democrazie europee vada a destabilizzare la sua società.
D. Noi però siamo giustamente sensibili alla necessità di perseguire la pace, cosi come l’abbiamo avuta negli ultimi 80 anni…
R. Ma certo. Occorre però esplicitare, per favore e con chiarezza, cosa si intende per pace. Se il concetto di pace sottintende quello di resa allora tutti quelli che parlano di pace finiscono per essere alleati alla visione imperialistica del mondo e non a quella democratica. Se non mi occupo della modalità con cui la guerra finisce si rischia di svendere la democrazia alla nostra tranquillità che rischia, poi, di non essere duratura.
D. Guardandoci all’interno dei nostri confini oggi internet, e i social soprattutto, sembrano aver centrato sempre più l’attenzione solo sulla dimensione individuale. Abbiamo perso la capacità umana di essere solidali in cambio di like e follower?
R. Oggi noi viviamo in una società complessa e non basta leggerla con il codice binario vero- falso, uno- due, che si usa nell’informatica e a cui si sovrappongono i sondaggi con il si – no al massimo non so. Con il codice binario non si riuscirà mai a creare condizioni che antepongano la società al singolo individuo. Per oltrepassare il codice binario ci vuole cultura, istruzione, educazione, competenze. Componenti che dovrebbero essere alimentate nell’educazione scolastica, ma ciò non succede. Che la scuola vada male, e in Italia va malissimo, è un vantaggio enorme per il potere. La gente, infatti, sguarnita di senso critico si schiera in maniera binaria di qua o di là. E così il primo che incanta attraverso la mozione degli affetti, la fascinazione della retorica, viene immediatamente seguito.
D. E cosa succede allora?
R. Succede quello che Nietzsche aveva già profetizzato: quando l’umanità diventa gregge vuole l’animale capo che risolve i problemi. E questa situazione non è certamente solo italiana.
D. L’intelligenza artificiale pone grandi dilemmi sul fronte del rapporto uomo-macchine e la gestione degli strumenti tecnologici. In che tipo di società siamo destinati a vivere?
R. Il problema qui è enorme ma nessuno se ne rende conto. Noi siamo abituati a considerare la tecnica uno strumento nelle mani dell’uomo. Purtroppo, bisogna dirlo, non è più così. La tecnica è un mondo. Ad esempio, se non si possiede il telefonino non si rinuncia solo al mezzo tecnico ma si ha una esclusione sociale. La tecnica, insomma, è già diventata sociologia, psicologia e ha cambiato addirittura la configurazione della depressione che una volta aveva alla base il senso di colpa e oggi ha come tematica il senso di inadeguatezza. Ce la faccio o no a raggiungere gli obiettivi che l’apparato mi propone o mi impone? E allora si apre la strada a psicofarmaci e droghe come la cocaina, il tutto per essere all’altezza.
D. All’altezza di cosa?
R. Dei valori della tecnica. Che poi sono efficienza, funzionalità, produttività, velocizzazione del tempo che ha già superato la nostra capacità psichica della temporalità. La nostra psiche non ha una temporalità così veloce come quella che ci impone la tecnica. Ecco perché servono droghe e psicofarmaci.
D. Come mai lei dice che la tecnica è un mondo?
R. Perché in tutte le epoche il mondo era governato in un orizzonte di senso che per i greci antichi era la natura, per la tradizione giudaico-cristiana era la parola di Dio, per l’età moderna era il primato della ragione. Comunque un orizzonte di senso. Lo slogan dell’età moderna era ‘chi pensa bene fa il bene’. Nel ‘900 con l’esperienza del nazismo abbiamo avuto contezza che si può pensare in maniera eccellente anche il male. E da quel momento, non a caso, comincia l’epoca post moderna che io chiamo ‘età della tecnica’, la quale però non ha scopi, non apre orizzonti di senso, non dischiude scenari di salvezza. Non dice la verità, e non perché mente ma perché non gli interessa il vero o il falso. La tecnica ha come unico scopo il suo l’autopotenziamento e ha già fatto fuori la politica.
D. Perché?
R. Perché la tecnica decide come si fanno le cose, la politica decide se e perché si devono fare. Oggi la politica non è più il luogo della decisione perché si è adagiata totalmente sull’economia. Faccio un esempio: il governo Meloni ha fatto una finanziaria ‘povera’ come l’avrebbe fatta Mario Draghi, anche se sono ideologicamente differenti. Le agenzie di rating possono decidere il valore dei debiti pubblici e delle risorse; ci sono persone che hanno ricchezze che superano quelle degli Stati. E allora la politica non conta più nulla. Oggi essa va in Tv e basta.
D. L’economia quindi è il nostro padrone?
R. Anche l’economia, in realtà, non rappresenta l’ultima istanza di decisione perché guarda alle risorse tecnologiche: è lì che investe. E qui bisogna recuperare quella distinzione rigorosa che aveva fatto Pasolini tra sviluppo e progresso. Il progresso è il miglioramento della condizione umana, lo sviluppo è un potenziamento della strumentazione tecnica. Oggi la tecnica ci ha già buttato fuori dalla storia. Possiamo parlare di storia quando c’è un passato a cui far riferimento e un futuro su cui orientare i nostri progetti. Ma per la tecnica il passato è semplicemente sorpassato non ha più nessun valore. Nessuno compra un cellulare di prima generazione. E il futuro è solo un perfezionamento di procedure in vista della loro massimizzazione, senza scopo ma solo autopotenziamento.
D. In questo scenario i ragazzi di oggi sembrano essere smarriti, spesso depressi e frustrati. Che ruolo possono avere i nonni nella crescita di nuove generazioni più forti e in grado di vivere felici nelle società future?
R. I nonni purtroppo non possono aiutare i giovani e soprattutto non li aiutano quando dicono loro ‘ai miei tempi’. ‘Ai tempi’ dei pensionati di oggi il futuro era lì ad aspettarli. Il futuro per i giovani attualmente non è una promessa, e se anche non dovesse essere una minaccia certamente esso è imprevedibile. Tutto ciò è demotivante. Si spiegano così le depressioni, i suicidi, i disturbi alimentari, gli atti di autolesionismo. Secondo me i ragazzi stanno male non tanto per un problema psicologico che caratterizza l’adolescenza ma perché gli abbiamo tolto il futuro.