Spesso i politici non fanno quel che dicono, ancor più raramente dicono quel che fanno. Non è il caso di Donald Trump. Agli psichiatri il compito di spiegarci quanto e come i tratti di una personalità patologicamente narcisistica, combinata con un’età che sovente allenta i freni inibitori anche perché esenta dal pensare troppo al futuro, concorra a determinare la condotta sfrenata del soggetto. Non possiamo però dire che non ci avesse avvertito, né che manchi del metodo in questa follia. A prescindere dai disastri che produce.
A tal fine risulta istruttiva, anzi fondamentale, la lettura della Strategia di sicurezza nazionale licenziata dalla Casa Bianca lo scorso novembre: uno dei rari documenti ufficiali in cui si dicono le cose senza filtri, enunciando obbiettivi e metodi che vediamo ora messi in pratica quasi alla lettera. La strategia non usa giri di parole: “Dopo la fine della guerra fredda, le élite della politica estera americana si convinsero che il dominio permanente sul mondo intero fosse nel nostro migliore interesse. Invece, gli affari altrui ci riguardano solo se minacciano direttamente i nostri interessi. Le nostre élite hanno mal calcolato la disponibilità dell’America ad assumersi oneri globali (…) e hanno sopravvalutato la sua capacità di finanziare, contemporaneamente, un imponente Stato amministrativo e un imponente complesso militare, diplomatico e di aiuti esteri.”
Che cosa vuole, dunque, l’America? Quello per cui nel 2024 una maggioranza degli americani – quanto delusa o soddisfatta, lo vedremo tra pochi mesi nelle elezioni di metà mandato – ha votato Donald Trump. In particolare: “Il pieno controllo dei nostri confini [con il Messico] e dell’immigrazione; l’esercito più potente, letale e tecnologicamente avanzato del mondo per proteggere i nostri interessi; l’economia più forte, dinamica, innovativa e avanzata del mondo; la base industriale più solida al mondo (…) in grado di soddisfare la domanda produttiva sia in tempo di pace che in tempo di guerra; il settore energetico più solido del mondo; rimanere il paese più avanzato al mondo dal punto di vista scientifico e tecnologico, proteggendo la nostra proprietà intellettuale dai furti stranieri [leggasi: cinesi].”
Come ottenere tutto questo? Primo: “Garantendo che l’emisfero occidentale [cioè le Americhe] rimanga abbastanza stabile (…) da prevenire la migrazione di massa verso gli Stati Uniti, cooperare con noi contro le organizzazioni criminali e restare libero da incursioni ostili [leggasi: cinesi]”. Secondo: “Fermando il danno che attori stranieri [leggasi: la Cina] infliggono all’economia americana”. Terzo: “Impedendo a una potenza ostile [leggasi: l’Iran, ma in prospettiva anche la Turchia] di dominare il Medio Oriente”. Quarto: “Garantendo che tecnologia e standard statunitensi, in particolare nell’intelligenza artificiale, nelle biotecnologie e nell’informatica quantistica, restino dominanti [leggasi: rispetto a quelli cinesi]”.
Dalle parole ai fatti. Il 3 gennaio scorso, il mondo apprende del blitz con cui poche ore prima il dittatore venezuelano Nicolàs Maduro è stato prelevato a Caracas e tradotto a New York, dove ora è sotto processo per narcoterrorismo. In conferenza stampa Trump non cita apertamente la Cina, ma vi fa chiaro riferimento quando dice che “sotto Maduro il Venezuela si è legato sempre più agli avversari degli Stati Uniti”. Il paese esporta oggi poco petrolio (circa 1 milione di barili al giorno) rispetto alle sue potenzialità, ma quasi tutto verso la Cina. Il Venezuela abbonda inoltre di alluminio, cobalto, rame, piombo e nichel. Ma anche di terre rare, fondamentali per la produzione di microchip e acciai speciali, di cui la Cina ha oggi il semi-monopolio. Agli occhi di Washington, il Venezuela era insomma diventato un canale privilegiato dell’influenza cinese in quell’“emisfero occidentale” che l’America torna a rivendicare in modo brutale ed esclusivo, anche per reperire materie prime strategiche.
La Groenlandia appare invece un caso paradossale. È strategica per il controllo delle rotte artiche, in prospettiva più praticabili se lo scioglimento dei ghiacci proseguirà al ritmo attuale. Rotte su cui la Russia (per ovvie ragioni geografiche) e la Cina (per ragioni commerciali e militari) accampano crescenti pretese. Il sottosuolo è inoltre ricco di risorse minerarie, utili a rendersi indipendenti dalla Cina sotto questo cruciale profilo. Ma la grande isola bianca è strategica non da oggi. Già durante la guerra fredda era disseminata di radar statunitensi e Washington vi mantiene una salda presenza militare sotto insegne Nato. Allora perché incaponirsi a “possederla”, al punto da rischiare di mandare in frantumi l’Alleanza atlantica?
La risposta è quella che noi europei non vorremmo sentire: perché per questa America le alleanze contano meno degli allineamenti acritici ai suoi interessi del momento. Donald Trump sarà un caso clinico, ma come molti suoi analoghi nella storia interpreta bene lo spirito del tempo. Un’America divisa, impoverita e stanca di oneri esterni vuole “tornare a essere grande” e a tal fine molti americani – non tutti, ma molti più di quanto fino a ieri pensassimo – sono pronti a sacrificare alleanze vissute ormai più come un fardello che come un vantaggio. Nel farlo scommettono sulla incapacità di un’Europa debole e divisa – per usare le parole del presidente ucraino Zelensky al recente vertice svizzero di Davos – di concordare una risposta efficace. Per dirla con il segretario (ministro) del Tesoro Scott Bessent: la Ue “formerà il suo temuto gruppo di lavoro, che sembra essere la sua arma più forte”.
Finora, purtroppo, la Casa Bianca ha avuto ragione. Il passo indietro di Trump sull’occupazione militare della Groenlandia e sui nuovi dazi a chi rifiuta di cederla non è stato dovuto alla risolutezza europea, ma allo scivolone dei mercati spaventati dalla prospettiva di un confronto militare dentro l’Alleanza atlantica. Mercati che custodiscono le fortune personali del presidente, dei suoi finanziatori e della parte ricca del suo elettorato.
Alla vigilia del vertice, il segretario al Commercio Howard Lutnick aveva avvertito: “Non andiamo a Davos per mantenere lo status quo, ma per sovvertirlo”. Dietro le quinte, anonimi eurocrati ammettono: “La Danimarca ha ragione, ma la priorità è mantenere gli Usa dalla nostra parte per garantire un esito degno all’Ucraina. Sappiamo che i nostri alleati [americani] non sono più quelli di un tempo, ma speriamo tutti di esserci sbagliati e che il problema se ne vada”.
Il problema invece resta. Noi speriamo invece che il pauroso sbandamento di un’America resa solipsista, divisa e aggressiva dal malessere sociale e dal relativo indebolimento serva a noi europei per fare quei passi che il nostro torpore ci ha finora precluso. La speranza, almeno quella, ce la concediamo.