| Negli ultimi anni, il dibattito sul lavoro ha subito una profonda trasformazione. Più che dati e numeri sul mercato del lavoro, un numero crescente di studi ha iniziato a esaminare i cambiamenti nel senso e nelle motivazioni alla base del lavoro, in special modo per i giovani. Il fenomeno delle “grandi dimissioni” – ovvero la disaffezione crescente verso il lavoro – emerso con forza negli Stati Uniti dopo la pandemia e poi diffusosi, sia pure con caratteristiche proprie, anche in Europa, è stato spesso interpretato in chiave quantitativa. Tuttavia, una lettura più attenta mette in luce una dimensione qualitativa: non si tratta semplicemente di “meno lavoro”, ma di una ridefinizione del significato del lavoro nella vita delle persone. Più che un semplice riassestamento congiunturale del mercato del lavoro, siamo di fronte a un mutamento culturale e valoriale che investe il rapporto tra individuo, lavoro e società.
Per i giovani, questo processo appare ancora più evidente. Le nuove generazioni sono cresciute in un contesto segnato da crisi multiple – economica, climatica, pandemica, internazionali – e da una crescente instabilità delle traiettorie lavorative. La promessa novecentesca di un lavoro stabile come fondamento di identità, sicurezza e integrazione sociale si è progressivamente indebolita. In molti casi, il lavoro non è più percepito come un vettore affidabile di emancipazione, ma come una dimensione incerta, spesso precaria e non necessariamente gratificante.
Un elemento centrale di questo cambiamento riguarda il “senso del lavoro”. Se per le generazioni precedenti il lavoro costituiva spesso un fine in sé e una fonte straordinaria di identificazione, individuale e collettiva, oggi esso tende a essere ricollocato all’interno di un sistema di valori più ampio. I giovani attribuiscono maggiore importanza al benessere psicologico, al tempo libero, alle relazioni sociali e alla coerenza tra lavoro e valori personali. Questa trasformazione si intreccia con una crescente attenzione alla qualità della vita. In questo senso, un altro aspetto rilevante riguarda il rapporto tra lavoro e identità. La letteratura evidenzia come le nuove generazioni tendano a costruire identità più plurali e meno centrate esclusivamente sulla dimensione professionale. Il lavoro diventa una delle componenti dell’identità, ma non necessariamente quella dominante.
In questo quadro, emerge un apparente paradosso che riguarda il lato della domanda di lavoro. In tutti i paesi occidentali, Italia inclusa, la diminuzione della popolazione in età attiva, dovuta all’invecchiamento demografico, sta progressivamente riducendo l’offerta di lavoro. In teoria, questo dovrebbe rafforzare il potere contrattuale delle giovani generazioni e facilitare l’incontro tra domanda e offerta. In parte, ciò sta effettivamente accadendo: aumentano le opportunità occupazionali in alcuni settori e si osservano difficoltà di reperimento di manodopera da parte delle imprese. Tuttavia, proprio qui si manifesta una tensione crescente: le imprese faticano sempre più ad attrarre e trattenere giovani lavoratori. Nonostante la maggiore disponibilità di posti, l’offerta di lavoro proposta spesso non risulta coerente con le aspettative delle nuove generazioni. Il mismatch non è solo di competenze, ma di valori e di qualità del lavoro.
A questa dinamica si intreccia una tendenza strutturale spesso sottovalutata: la crescente centralità della rendita. Mentre il lavoro paga e appaga sempre meno, il peso della rendita aumenta sempre di più nella distribuzione della ricchezza. Questo fenomeno non è nuovo, ma negli ultimi decenni ha conosciuto un’accelerazione significativa, anche in Europa e in Italia. Per le nuove generazioni, ciò si traduce in una doppia frattura. Da un lato, l’accesso al lavoro è più difficile e meno remunerativo rispetto al passato; dall’altro, l’ascensore sociale è sempre più selettivo rispetto alla posizione di partenza.
La conseguenza è un cambiamento profondo nelle aspettative e nei comportamenti, che rende il quadro estremamente complicato. La crisi del senso del lavoro può aprire spazi per una sua ridefinizione: meno centrato sulla quantità e più sulla qualità. Tuttavia, senza un riequilibrio generale, il rischio è quello di una profonda e crescente polarizzazione che premia non il merito o la voglia di intraprendere, ma le rendite di posizione.
Andrea Ciarini
Professore Associato di Sociologia dei processi economici e del lavoro presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Sapienza Università di Roma
Presidente di Fondazione Impresasensibile ETS |