L’elezione al soglio pontificio del sessantanovenne Robert Francis Prevost, nato a Chicago da famiglia di origini franco-italo-spagnole, è un grido d’aiuto e un’audace scommessa. Meglio: un solenne atto di fede. L’agostiniano poliglotta che oltre all’inglese natio parla correntemente spagnolo, italiano, francese e portoghese (leggendo altresì latino e tedesco) è un ponte gettato verso un futuro incerto, segnato da fratture interne alla Chiesa e da sfide esterne che ne ipotecano l’avvenire. Ma è anche una netta presa di posizione rispetto alla deriva degli Stati Uniti.
Iniziamo da qui. Le letture che vogliono l’elezione dello statunitense Prevost quale riprova dell’influenza di Washington lasciano il tempo che trovano. In parte perché il Conclave, pur non estraneo a considerazioni del momento, segue logiche proprie. Ma soprattutto perché la fine dell’“eccezione americana”, cioè della regola non scritta ma scupolosamente rispettata che dal secondo dopoguerra escludeva l’elezione di un pontefice statunitense, è segno di debolezza degli Stati Uniti, non di forza.
Tale convenzione originava dall’idea che la superpotenza americana (l’altra, cioè la Russia, è di rito ortodosso e dunque esclusa dal ragionamento), il cui primato spiccava incontrastato in Occidente, non potesse “esprimere” anche il Pontefice. In tal caso sarebbe infatti venuto meno un importante contrappeso al suo strapotere. Che questa norma sia stata archiviata segnala, in modo indiretto ma non per questo ambiguo, l’affanno di un paese che resta sensibilmente più potente di molti altri (europei inclusi), ma che versa in una manifesta crisi di coesione, vocazione e forza.
Qui interviene una seconda considerazione. Prevost stesso ha chiarito che la scelta del nome “Leone XIV” è in parte un richiamo a Leone XIII: pontefice dal 1878 al 1903 e ricordato soprattutto per l’enciclica Rerum Novarum (“Le cose nuove”), che gettò le basi della dottrina sociale della Chiesa in un tempo di profonde trasformazioni. Il documento condannava le tentazioni rivoluzionarie, ma intimava ai padroni di non trattare gli operai da schiavi e auspicava la creazione di associazioni “sia di soli operai sia miste di operai e padroni” per la reciproca tutela. Difficile non leggere nel rimando a papa Pecci una critica al sistema statunitense, fattosi negli anni sempre più diseguale e spietato a danno del “sogno americano” che nutriva.
Sogno di cui l’immigrata famiglia Prevost è peraltro esempio vivente. Il tradimento del patto sociale su cui si fonda l’America è la matrice del fenomeno Trump e della distopia tecnologica incarnata tra gli altri da Elon Musk, i cui pericoli Robert Francis denuncia con forza.
Le sfide interne alla Chiesa sono altrettanto serie. Sotto il profilo dottrinale (dall’omosessualità al sacerdozio femminile), in cui il pontificato di Francesco ha lasciato molti “cantieri aperti”. Ma anche in ambito geopolitico.
C’è in primo luogo il problema di un universalismo che sull’onda delle tendenze demografiche sta inesorabilmente de-occidentalizzando la Chiesa. Ciò si ripercuote sulla composizione del Conclave, che vede ormai un primato numerico di cardinali extra-europei: a maggio su 133 votanti 52 venivano dall’Europa (di cui 17 dall’Italia), 17 dall’Africa (il continente a maggior crescita dei cristiani), 27 da Asia e Oceania e 37 dalle Americhe. La sconfitta della candidatura di Pietro Parolin deve molto a tali equilibri.
Ma la questione principale è la crescente autonomia delle Chiese nazionali, a danno del primato romano. La deriva è particolarmente acuta nel caso della Chiesa statunitense, da anni in rotta con Roma su dossier cruciali come la pedofilia – su cui fin dai tempi di Wojtyla gli americani hanno operato una svolta netta – e l’opaca gestione delle finanze vaticane.
A tale riguardo Bergoglio ha iniziato una battaglia che resta tutta da combattere. L’ingente debito (circa due miliardi di euro) dello Stato Vaticano certifica una situazione pesante: le entrate – principalmente dal patrimonio immobiliare, dall’obolo e dalle attività finanziarie dello Ior, la banca del Vaticano – non coprono più le spese, in crescita soprattutto sul fronte pensionistico. Roma ha sempre più bisogno dei soldi altrui, anche e soprattutto della ricca Chiesa statunitense. Ma questi danari sono tutt’altro che scontati.
L’altra questione è la pluridecennale avanzata delle teologie della liberazione, “eresia” contro cui Giovanni Paolo II combatté una crociata in gran parte persa. Si tratta di culti sincretici e personalistici, legati alle figure di singoli predicatori che si rifanno al Vangelo, ma lo interpretano in modo molto più libero e spregiudicato di quanto Roma sia disposta a tollerare.
La loro genesi si colloca in diversi paesi latinoamericani, compreso quel Perù nella cui diocesi di Chiclayo papa Prevost ha speso circa vent’anni. Sotto le volte affrescate da Michelangelo, lo Spirito Santo ha scorto in Leone XIV una figura capace di dialogare con queste realtà, evitando scontri frontali rivelatesi fin qui inefficaci, se non controproducenti. Il tempo ci dirà se la fede è stata ben riposta.
Fabrizio Maronta