“I grandi spiriti hanno sempre incontrato violente opposizioni da parte delle menti mediocri”. Forse non è la frase più famosa di Albert Einstein, celebre fisico e intellettuale del 1900, morto 70 anni fa il 18 aprile 1955 a Princeton negli Stati Uniti, ma è probabilmente quella più calzante per i nostri giorni. Tempi in cui chiunque si sente in diritto di dire la sua al cospetto persino degli scienziati.
Nato nel 1979 a Ulma, nei pressi di Monaco di Baviera, considerato il padre della relatività, vincitore nel 1921 del premio Nobel della fisica «per i contributi alla fisica teorica, in particolare per la scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico», l’immagine che il mondo ricorda di lui è quella di un uomo irriverente, geniale, fuori dalle regole. Una testa scompigliata di capelli bianchi e una generosa linguaccia ai fotografi che, nel suo esilio statunitense vissuto a partire dalla seconda guerra mondiale, lo trattavano come una rockstar.
Ebreo, esule dal suo Paese a causa della persecuzione nazista fu lui a stabilire, nel 1905, la celebre equazione, irrisa dagli scienziati del momento, e=mc2. Ovvero l’energia è uguale alla massa moltiplicata per la velocità della luce elevata al quadrato. In buona sostanza il principio secondo il quale la massa può essere convertita in energia. E cioè il perché della bomba atomica e/o dell’energia nucleare che oggi normalmente usiamo grazie alle centrali. In un mondo animato ancora dai primi motori a scoppio, infatti, si trattò di un enunciato difficile da dimostrare in via sperimentale e che solo la tragica accelerazione della guerra rese drammaticamente reale.
E come per ogni genio che si rispetti, le sue teorie, la relatività, la relatività ristretta, le basi della fisica quantistica (ossia dell’infinitamente piccolo) sono ancora oggetto di studio e di verifica. In realtà rappresentano le suggestioni delle scoperte scientifiche e tecnologiche (come i computer quantistici) a cui stiamo assistendo in un perenne divenire della sua eredità.
“Non ho particolari talenti, sono soltanto appassionatamente curioso“, diceva di sé Einstein. In realtà aveva la capacità di guardare oltre, tanto da essere considerato, sin da piccolo, ribelle e anticonformista. Non a caso si narra facesse arrabbiare il proprio insegnate elementare che lo giudicò irrispettoso e in grado di sminuirlo agli occhi della sua classe. Non è vero, invece, che aveva brutti voti ma non si laureò con il massimo, concludendo gli studi al Politecnico di Zurigo nel luglio del 1900, superando gli esami finali con la votazione di 4,9/6 e classificandosi solo quarto su cinque promossi.
Anche la sua vita privata non fu certo nei ranghi rigorosi della matematica. Il giovane Albert, infatti, non era affatto il nerd che possiamo immaginare, asociale e curvo sui libri. Anzi, amava scherzare e divertirsi, ed era sensibile al fascino femminile così come alla vita mondana. La sua relazione del cuore e dell’intelletto la ebbe con la compagna di corso Mileva Malic. Con lei, infatti, si sposò. Un matrimonio dal quale nacquero due figli, Hans Albert e Eduard ma che fallì nel 1919, quando Einstein divorziò da Mileva per sposare la propria cugina (molto più mondana e introdotta nella Berlino bene) Elsa Einstein, che aveva già due figlie, Margot e Ilse.
Com’era il genio nella vita privata ce lo raccontano millequattrocento lettere, custodite dall’Università di Gerusalemme e rese pubbliche solo nel 2006, vent’anni dopo la sua morte, dalla figlia Margot. Ci rivelano l’animo libertino dello scienziato, ossessionato dalle donne, ma solo dal punto di vista sentimentale. Einstein infatti non aveva una grande opinione del cervello femminile, forse anche a causa delle frivolezze delle signore borghesi che frequentava. Della prima moglie, Mileva, riconosceva tuttavia la forza e l’indipendenza tanto che fu lei ad averlo lasciato.
Più incisivi e celebri rimangono i suoi pensieri sulla vita, oltre che le sue scoperte scientifiche. “Temo il giorno in cui la tecnologica andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti”. Che dire? Speriamo davvero che non sia l’ultima delle sue geniali intuizioni.