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Ma quale vecchiaia, la terza è la nuova età


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Un peso, un costo, un problema. Sono questo gli anziani per le società evolute del terzo millennio? Ma neanche per sogno!  Anzi. Gli ‘over’ della prima metà degli anni 2000 si apprestano a diventare il perno di un mondo che invecchia ma con una nuova consapevolezza: esserci, contare, vivere a pieno l’ultima fase della vita. A sostenerlo è Vittorino Andreoli, Psichiatra e scrittore, autore di un libro dal titolo eloquente: “Lettera a un vecchio- da parte di un vecchio”. Un vero e proprio elogio alla vecchiaia, rivendicata – in totale contraddizione con i tempi – in tutta la sua positività.

Domanda. Professore lei usa in modo disinvolto, anzi positivo, la parola vecchio. Eppure oggi definire una persona in questo modo non è certo un complimento. Come mai lei lo fa?

Risposta.  Perché questo è un termine presente in tutte le lingue ed è sempre stato usato nella storia. A me pare che dire anziano, senile, longevo, sia usare una maschera. Mi sembra sia un modo per voler nascondere una condizione che non è affatto negativa, anche se la società l’ha spesso considerata così. La vecchiaia è l’ultimo capitolo di una esistenza, se vogliamo l’ultimo capitolo del libro della nostra vita e quindi può essere pieno di sorprese interessanti. Usare questa parola significa dire: “non vogliamo nasconderci, non vogliamo essere definiti saggi ma siamo persone anche fragili, che possono sbagliare, persino peccare di saggezza, anche se abbiamo una visione del mondo che ci caratterizza”.

D. Spesso i cosiddetti vecchi vengono considerati un problema, un peso. Come si cambia questa percezione?

R. Bisogna dire che siamo di fronte a un fatto che non c’era mai stato prima nella storia dell’uomo: è la prima volta in senso assoluto che la nostra società conta il 20% di vecchi. E dalle stime che abbiamo oggi, dopo il 2050, in Europa potremmo raggiungere una percentuale del 40%. Negli ultimi 30 anni lo sviluppo della medicina, insieme all’igiene, al miglioramento delle condizioni economiche ha permesso di vivere di più. La vecchiaia, da rara, è diventata comune. L’attesa di vita, attualmente, è 80 anni per i maschi, 83 per le donne. Insomma oggi la vecchiaia dura 20 anni. Quindi le parole c’entrano poco, siamo una società di vecchi. Siamo entrati in una fase in cui la società non può più usare il metro che usava Seneca in quale diceva: “La vecchiaia è essa stessa una malattia”. Questo oggi è falso più che mai.

D. Davvero?

R. Esatto. Io sono un medico. Ebbene fino a 4 anni fa si pensava che le cellule nervose nell’anziano non si ricostituissero più esattamente come avviene per il fegato, la pelle e così via. Invece si è dimostrato che i neuroni, anche delle persone vecchie, si moltiplicano. In realtà non ci si dovrebbe meravigliare che dopo aver praticato per 30 anni tutta una serie di pratiche mediche, salutistiche, alimentari, sportive per allungarci la vita ora abbiamo ottenuta una società anziana.

D. Serve allora un cambio di visione?

R. Bisogna che noi vecchi – io lo sono – sviluppiamo la consapevolezza dei nostri bisogni. Noi non stiamo aspettando la morte, anzi. Abbiamo bisogno di avere un senso, un significato, di essere utili alla società. Viviamo in un mondo in cui contano solo il potere, il denaro, il successo. Ma noi non abbiamo nessuno di questi desideri. Noi vogliamo la tranquillità, portare la pace, raccontare cosa è stata la nostra vita. Ecco, noi dobbiamo dire che abbiamo un ruolo nostro e che lo possiamo svolgere in modo positivo per tutti.

D. Cosa invece non volete?

R. Noi non possiamo più accettare che si dica che non serviamo, che occupiamo spazio, che siamo un costo economico, che bisogna creare le residenze per gli anziani perché non si sa dove metterci. Non a caso ho scritto la mia lettera ai vecchi, proprio perché vorrei che iniziassimo noi stessi a considerare la nostra una condizione di privilegio, una condizione esistenziale. Non narriamo la vecchiaia attraverso l’Alzheimer, la malattia, la morte. Lo scorso secolo l’età della vita con la più alta mortalità era l’infanzia. Non a caso io chiamo questa fase della vita non la terza età ma la nuova età.

D. E però è innegabile che oggi, nell’era dei social, tutti tentano di nascondere l’invecchiamento. Chirurgia estetica fuori misura, pratiche sportive e estetiche al limite della tortura pur di fermare il tempo. Come se lo spiega?

R. Io ho dedicato un libro a questo, ossia al giovanilismo. E’ una patologia psichiatrica dell’età matura. Chi ne è affetto è una persona che non considera tutto ciò che si può fare in questa lunga fase dell’esistenza. Per esempio la nostra è ancora l’età dell’amore. Ma noi abbiamo un eros diverso, una sessualità che non è legata all’organo. La nostra è una sessualità che riguarda tutto il corpo, la persona: si tratta di un eros raffinato, umano. Quindi gli interventi estetici spinti, le pillole, sono manifestazioni patologiche solo per scappare dalla propria età.

D. Cosa consiglia?

R. Accettarsi e godere del proprio tempo. Non c’è dubbio che esiste la vecchia abbandonata, solitaria, con depressione. Certo è che se la narrazione è quella dell’inutilità sociale si deprimerebbe anche un ragazzo, o un quarantenne. Il messaggio da dare è esattamente contrario: la vecchiaia non va giudicata ma utilizzata come risorsa della società.