La legge 194 del 22 maggio 1978

Norme sulla tutela della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza

Ricorre il quarantesimo anno dall’entrata in vigore della sopra citata legge, ‘volgarmente’ e volutamente in maniera impropria, chiamata legge dell’aborto.

Il percorso, che ha portato a riconoscere in Italia il diritto all’interruzione di gravidanza, è stato fortemente desiderato dalle donne e uomini di ampio schieramento di sinistra, partito Radicale e associazioni civili. La persona che più identifico nel percorso di approvazione di questa legge è Adele Faccio, allora segretaria del partito Radicale.

Adele Faccio era molto convinta e usava i termini inconsueti di mammana, cucchiaio d’oro e così via, descrittivi del dramma dell’aborto vissuto in clandestinità dalle donne, senza enfatizzarli, togliendone così l’aspetto di vergogna. Improvvisamente queste parole usate prima sottovoce, diventarono urla nelle piazze e furono seguite da autodenunce.

Ad ogni denuncia per aborto clandestino seguivano manifestazioni di solidarietà e le piazze (non esistevano i mezzi di comunicazione odierni) si riempivano di uomini e ragazzi, donne e ragazze che si autodenunciavano ed era sempre più difficile contenerli.

Allora, non esistevano dati relativi agli interventi abortivi e il senso di colpa molto forte, che colpiva chi praticava in clandestinità l’intervento di interruzione della maternità, diventava sempre più difficile da sostenere. Il dramma, spesso vissuto in solitudine passava sotto silenzio con omertà diffusa all’interno e all’esterno della famiglia.

Non esisteva la cultura della prevenzione.

Il desiderio da parte delle donne di cambiare il mondo, rafforzato dai movimenti culturali del “68” ha fatto emergere anche questo problema.

Le ragazze con problemi legati ad una maternità indesiderata, hanno scoperto che se cercavano aiuto nelle madri, zie, nonne, amiche trovavano solidarietà perché a loro volta avevano vissuto o condiviso esperienze analoghe.

Per risolvere questo dramma, visto che in Italia non esisteva la legge che regolava l’interruzione di gravidanza e la sua pratica era penalmente punibile, non restava che immaginare una regolamentazione. 

Nel contempo, le donne più emancipate o agiate venivano portate a fare una breve vacanza all’estero o a  trovare un’amica che stava perfezionando l’inglese a Londra, paesi dove la legge per l’interruzione esisteva, le altre imparavano la strada della clandestinità in Italia ad elevatissimo rischio e a carissimo prezzo.

Il prezzo era quello del pericolo di morte in agguato ad ogni intervento praticato senza garanzia sanitaria, operato da persone non capaci e quello psicologico che niente da e tutto toglie in mancanza di adeguata informazione e preparazione.

Le morti erano tante, troppe e ingiuste.

Ad un convegno nazionale sulla legge 194, tenuto a Napoli dall’UDI Unione Donne Italiane, mi ha fortemente colpito la denuncia di una giovane mamma che aveva praticato il doppio delle interruzioni di gravidanza rispetto ai bimbi nati. Testimonianza emblematica di come l’interruzione di gravidanza, in mancanza di prevenzione, servisse anche da controllo delle nascite.

Lo scontro culturale era fortissimo.

Il contendere era tra continuare ad ignorare il problema e relegarlo ad un semplice fatto di coscienza risolvibile con un mea culpa, oppure prenderne atto e farlo diventare un forte dibattito politico/socioculturale da risolvere con una adeguata normativa.

Dopo tre anni esatti dall’entrata in vigore della legge ostacolata e vilipesa, si è tentato di abrogarla con un referendum proposto dal movimento per la vita.

La legge194 fu confermata con il 68 per cento dei voti. Percentuale altissima. Questa vittoria schiacciante ha messo in luce il fatto che a sostenerla sono state non solo le donne e gli uomini di sinistra, radicali, libere pensatrici…ma anche donne del mondo cattolico e non solo per solidarietà, anche loro rientravano nella percentuale di donne che il dramma lo conoscevano molto da vicino.

Il Ministero della salute annualmente fornisce dati sulla attuazione della legge. 

Nei primi anni di applicazione della legge, usare gli strumenti legislativi ha fatto emergere dalla clandestinità gli interventi abortivi, il dato era rilevante ora sta diminuendo costantemente. Nel 2017 si assesta su 84.926 interventi rispetto ai 234.801 del 1982 questo a dimostrare che la conoscenza e la prevenzione servono.

Tuttora si tenta di attaccare la legge con strumenti tipo far mancare negli ospedali il personale medico e infermieristico non obiettore, costringendo chi intende usare la legge a percorsi e degenze difficoltose con carichi psicologici pesanti.

Recentemente a distanza di quaranta anni dall’entrata in vigore della nostra, anche la cattolicissima Irlanda regolarizza l’interruzione di gravidanza con una legge. Questo risultato mi fa pensare come i traguardi da raggiungere abbiano tempi e modalità molto differenti e quanto sia determinante l’aspetto culturale del problema.

Ho sempre ritenuto che ricorrere alla legge 194 sia e sia stato un atto estremo e difficile, eppure le donne, su questo tema, hanno dimostrato non solo di saper scegliere ma anche condividere e creare strumenti culturali che venissero in aiuto, gruppi di autocoscienza, centri aiuto alla donna, collettivi, raccolta di testimonianze e divulgazione, fondi e sempre tanta, tanta solidarietà.

Non mi stupirei, se la grande capacità e la forte volontà a mettersi in gioco, che le donne hanno quando i tempi sono duri e le problematiche difficili, le possa vedere protagoniste/alleate dell’ineluttabile attuale cambiamento culturale. Abbiamo imparato a credere in quello che facciamo a volerci bene, a condividere. Abbiamo aspettative di vita prolungate che ci regalano la possibilità di fare buon uso degli esiti positivi di grandi battaglie culturali vinte, perché non provarci ancora?? Io ci sono!

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