Un microchip salverà la vista degli anziani. Primo intervento a Roma

È grande quanto un terzo della sezione di un capello e potrebbe restituire la possibilità di distinguere volti e colori, leggere e guidare, alle persone affette da maculopatia atrofica. È un microchip di minuscole dimensioni, wireless, il protagonista del trapianto di retina artificiale eseguito a Roma su un paziente di 91 anni affetto da maculopatia atrofica in stadio terminale. L’intervento è stato realizzato nell’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata dal responsabile Unità di chirurgia vitreoretinica Marco Pileri, nell’ambito del progetto internazionale Primavera. Il microchip è stato impiantato con tecniche chirurgiche mininvasive e in anestesia locale.
La maculopatia atrofica “è una delle patologie più gravi che colpiscono l’occhio e riguarda un numero crescente di anziani”, ha detto all’Ansa Andrea Cusumano, direttore scientifico del progetto per l’Italia. La malattia colpisce la macula, vale a dire l’area centrale della retina, fondamentale per la visione dei dettagli. È la prima causa di cecità legale e ipovisione nel mondo occidentale, e colpisce soprattutto over-65enni. In Italia riguarda circa un milione di persone, ma il dato potrebbe essere sottostimato in quanto molti pazienti non sanno di esserne affetti. Secondo Cusumano questo numero potrebbe salire del 25-30%.  La malattia si distingue in due forme: quella secca, per quale al momento non sono disponibili cure, e quella essudativa (umida), che trae beneficio dalle iniezioni all’interno dell’occhio (intravitreali).
Il primo intervento eseguito a Roma è durato circa due ore. Presto ne saranno eseguiti altri due sempre nell’ambito dello studio clinico internazionale Primavera, che in Italia è stato affidato al consorzio costituito dall’Università di Tor Vergata e il Presidio britannico dell’ospedale San Giovanni Addolorata. In totale saranno 38 i pazienti “arruolati” nello studio, di cui 5 nel nostro Paese. “I risultati preliminari dello studio sono attesi entro fine anno – ha detto Cusumano - mentre per la valutazione complessiva dello studio ci vorranno 3 anni”. Meno di un anno fa al Policlinico Gemelli è stato eseguito un altro impianto di retina artificiale, la protesi NR600, utilizzate per curare una malattia ereditaria, la retinite pigmentosa.

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