L’ansia va in vacanza … forse!

La nostra psicologa Chiara Volpicelli ci spiega come affrontare l'estate senza ansie, anche se con attenzione, dopo il terribile periodo della Pandemia

L’estate alla prova del COVID. Quest’anno vivremo con ancor più intensità l’arrivo dell’estate come un momento di stacco e rigenerazione, perché abbiamo giustamente voglia di lasciarci alle spalle l’esperienza spiacevole della quarantena e dell’isolamento. Tuttavia non possiamo certo dimenticare che il pericolo del contagio è ancora presente e dovremo quindi imparare convivere con esso, anche durante l’estate. Per evitare che una sana preoccupazione si trasformi in un’ansia distruttiva dobbiamo, prima di tutto, capire come riconoscere e gestire gli stati ansiosi.

Il riconoscimento fisiologico. Per comprendere appieno la propria ansia occorrono tre passaggi. Il primo è il riconoscimento fisiologico, che consiste nell’individuare quei sintomi che ci segnalano la presenza dell’ansia: la mancanza di respirazione, con la tendenza a fare dei respiri molto corti; i giramenti di testa e infine formicolii e sensazioni di caldo o freddo nelle braccia e nelle gambe.

Lo «scenario peggiore». Verificata la presenza fisica dell’ansia, con il secondo passaggio occorre capire quanto essa ci stia coinvolgendo psicologicamente, nello specifico facendo un esperimento mentale noto come il «gioco dello scenario peggiore». Si tratta di immaginare le estreme conseguenze della situazione che ci mette in ansia, enfatizzandola e drammatizzandola per stabilire quanto veramente sia pericolosa. Ad esempio, nel caso in cui la situazione che ci rende ansiosi sia quella di esser contagiati durante la vacanza estiva, dobbiamo provare ad immaginare cosa succederebbe se effettivamente fossimo contagiati, fino ad arrivare all’esito estremo della morte. Questo esperimento ci permette: 1) di assumere un punto di vista esterno su ciò che potrebbe accadere se la nostra maggiore preoccupazione si realizzasse; 2) di comprendere che, ciononostante, siamo ancora vivi. La maggior parte delle volte, infatti, le nostre paure non si realizzano: sono frutto di «pre-occupazioni» che ci portano ad «occuparci prima» di qualcosa che ancora non esiste e che a volte, trasformandosi in ansia incontrollata, ci inducono all’immobilismo e alla rinuncia di ogni piacere.

Individuare la causa specifica. Prese le distanze dall’evento ansiogeno, lo possiamo ora trattare con più oggettività e avviarci al terzo passaggio, ovvero il tentativo di individuare l’elemento specifico che provoca la nostra ansia. La tendenza dello stato d’ansia è infatti quella di generalizzare la sua causa, cioè di farci credere che dovremmo aver paura di molte più cose di quelle per cui è ragionevole aver paura. Ad esempio, la paura di essere contagiati in luoghi affollati può facilmente trasformarsi in paura di essere contagiati in generale, che a sua volta può diventare paura di andare in vacanza o addirittura di uscire di casa. Così, ben presto si perde di vista la causa particolare e ci si ritrova ad aver timore di adottare comportamenti che potremmo svolgere in sicurezza. Infatti, andare in vacanza o uscire di casa non comportano automaticamente il fatto di trovarsi in luoghi affollati, soprattutto ora che le norme prevedono il rispetto di precise azioni per evitare gli assembramenti.

L’obiettivo del terzo passaggio è quindi quello di circoscrivere la causa esatta dell’ansia, ristabilendo i motivi originari di quest’ultima ed impedendole di prendere il controllo totale sulle nostre scelte.

Preoccuparsi in funzione della serenità. Gestire l’ansia attraverso le tre fasi illustrate sopra ci permette di valorizzare ciò che c’è di buono nella preoccupazione e nella paura. Queste due emozioni, se mantenute entro certi livelli di intensità e di durata, sono infatti utili perché ci permettono di dare la giusta attenzione ad un determinato problema, sollecitandoci ad elaborare una soluzione. Quando siamo preoccupati non possiamo fare a meno di concentrarci sul problema o sul pericolo, cosa fondamentale perché ci costringe ad escogitare dei modi per controllare quel problema o quel pericolo, e per non dovercene più preoccupare in futuro. Una giusta dose di preoccupazione non è allora un ostacolo alla spensieratezza, ma ne pone le basi.

Relativamente al rischio contagio e alla possibilità di concedersi gite e vacanze, possiamo infine dire che è giusto preoccuparsi, se lo scopo di questa preoccupazione è stabilire quali comportamenti ci permetteranno di preservare la nostra salute. Sarebbe però ingiusto verso noi stessi abbandonarsi all’ansia, rinunciando ad una possibilità concreta come quella di poter vivere anche quest’estate in maniera serena, seppur con (anzi, grazie a) qualche cautela in più.

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