Sanità, ecco le quattro cose da fare

L’esperto Walter Ricciardi: “Basta chiacchiere e buoni propositi: servono azioni concrete e 13 miliardi di euro in investimenti pubblici. Va pensato un nuovo welfare”

Quaranta miliardi di spesa sanitaria privata. E’ questa la sirena d’allarme che ci indica un Sistema sanitario nazionale ormai malato. Non ancora terminale ma certamente sotto blanda e insufficiente terapia, dal momento che anche quest’anno, seppure con una inversione di tendenza dal passato, i soldi impiegati per il Grande Malato Nazionale sono solo 2 miliardi in più. Non molto, se si considera che negli ultimi  10 anni sono stati tolti a ospedali, ambulatori, medici e personale sanitario ben 36 miliardi di euro. 

Oggi manca tutto: medici, infermieri, nuovi macchinari. Qualche volta persino garze e siringhe. Soprattutto al Sud. Perché la sanità italiana è una sanità a macchia di leopardo con il Meridione totalmente in bianco. Attualmente, per dirne urna, è il Policlinico Gemelli di Roma ad ospitare i malati calabresi, detenendo il singolare primato di primo ospedale della Calabria per numero di degenze. 

La diagnosi del Grande Malato la chiediamo perciò a un vero e proprio luminare in materia: Walter Ricciardi Professore ordinario di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica all’Università Cattolica. Già presidente dell'istituto Superiore di Sanità, Ricciardi è anche rappresentante per l’Italia nell’Executive Board dell’Organizzazione mondiale della Sanità nel triennio 2017-2020 e Presidente del Mission Board for Cancer, istituto della Commissione europea.

Domanda. Il sistema sanitario italiano sembra funzionare a intermittenza. E’ ancora efficiente solo per la fase acuta delle malattie e invece non regge più per la diagnostica e la prevenzione, tanto che gli italiani sono costretti a rivolgersi ai privati per esami come la mammografia o la colonscopia. Le risulta? 

Risposta. Questa è una fotografia che confermo, anzi aggiungo che il nostro SSN è carente anche nella gestione della cronicità, ossia per le malattie croniche di cui sono protagonisti soprattutto gli anziani.

D. E come se ne esce?

R. Se ne esce non soltanto a parole ma con atti concreti. Intanto bisogna rimetterci i soldi. In 10 anni sono stati tagliati al SSN ben 36 miliardi di euro. Inoltre sono usciti, perché non rimpiazzati, 50mila addetti, ossia personale sanitario. In alcune regioni l’esodo è stato massiccio: la Campania ne ha persi 10mila, il Lazio 9mila. Servono, quindi nuovi investimenti, subito. 

D. Mancano i medici in Italia?

R. No i medici ci sono. Anzi sono giovani e bravi. Tuttavia in passato una cattiva programmazione e scarsi finanziamenti hanno impedito loro di accedere alle specializzazioni. Ad esempio oggi ci sono 17mila giovani medici che si trovano in un vero e proprio imbuto formativo.  Serve un Piano straordinario.

D. In che consiste?

R. Bisogna assumere i medici già specializzati, rimpiazzando i vuoti enormi che ci sono nel servizio sanitario nazionale. I nostri medici già specialisti molto spesso lavorano in condizioni di precariato o sono all’estero. Ogni anno ne perdiamo 2.000, professionisti che tornerebbero di corsa in Italia, soprattutto coloro che lavorano in Inghilterra in virtù della situazione spiacevole della Brexit. 

D. Questa è la priorità? 

R. E’ una delle quattro necessarie: abbiamo bisogno di finanziare adeguatamente il SSN, poi di assumere personale e infine gestirlo adeguatamente. Del resto è successo molto spesso che le strutture pubbliche non siano state gestite in maniera meritocratica, anzi la gestione manageriale è stata affidata a persone che erano molto più fedeli politicamente che capaci.

D. La quarta?

R. Avviare un ammodernamento delle strutture sanitarie italiane, a partire dalle mura, per poi passare alle attrezzature, oggi molto spesso diventate obsolete e non più adeguate dal punto di vista tecnico.

D. Professore quanto serve per finanziare questo Piano di ammodernamento o forse di salvataggio del SSN?

R. Per cominciare servono 13 miliardi di euro, ma nei prossimi 3-5 anni. Soldi assolutamente disponibili soprattutto se si inizia a evitare di varare provvedimenti utili solo dal punto di vista elettorale. Mi riferisco a Quota 100, molto costosa e a vantaggio di poche migliaia di persone e poi al reddito di cittadinanza che distribuisce risorse senza neanche creare un posto di lavoro, per altro abituando malamente i più giovani ad avere un reddito destinato prima o poi a finire perché se il paese fallisce non avremo più nulla da dare. Non è così che si costruisce il futuro di una Nazione.

D. E come allora?

R. Prima tutelando i giovani, investendo sul sistema di istruzione, poi gli anziani difendendo il Sistema sanitario nazionale.

D. Il modello di welfare in Italia non regge più. La popolazione invecchia con gli over 65 in avanzata dal 22% attuale verso il 30% fra 10-15 anni. Cambia la struttura delle famiglie: pochi figli fatti in età matura e non accuditi da nonni che ancora lavorano e anziani sempre più esposti alla non autosufficienza. Che si fa?

R. Il modello di welfare va rimesso al centro delle decisioni politiche, cosa che non succede più da 50 anni. C’è una diminuzione epocale della fertilità e contemporaneamente un aumento epocale delle aspettative di vita. Il problema è che di tutto questo non si parla. L’unica cosa fatta in Italia è stata garantire la spesa pensionistica. Ma mi chiedo: che senso ha avere una buona pensione se poi la debbo spendere tutta in assistenza?

D. Già che senso ha?

R. Nessuno. E allora o gli italiani decidono di cambiare le cose votando per forze politiche che vogliono affrontare questi problemi o essi si riverseranno sulle classi sociali più deboli, anziani stessi in primis. Occorre un’alleanza fra cittadini e politica.

D. Quindi va pensato un welfare nuovo?

R. Necessariamente. Ma va pensato con un Patto intergenerazionale che da una parte consenta ai giovani di lavorare di più e meglio, producendo ricchezza, e dall’altra garantisca agli anziani di essere assistiti. 

D. Il mondo delle rappresentanze come CNA Pensionati può svolgere un ruolo attivo da questo punto di vista?

R. Ma certo.  Anzi, le parti sociali devono dare delle spinte positive cercando di appoggiare coloro che vanno nella direzione di queste scelte. La priorità è la messa al centro della persona e delle sue esigenze nelle diverse fasce di età: per i giovani dare prospettive di lavoro, crescita, creazione di una famiglia  e per le persone anziane stare tranquille affinché le tasse che hanno pagato per una vita vengano restituite loro sotto forma di servizi. Ma se questo non succede allora non potrà che determinarsi un aumento enorme delle disuguaglianze.

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