Il rapporto medico paziente: dall'antichità all'era di internet, scienza e fiducia per il nostro benessere

Già nell’antichità i filosofi si occuparono della relazione tra medico e paziente. Platone ed Aristotele distinguevano tra il medico “degli schiavi”, paragonato ad un tiranno ed il medico “dei liberi” che spiega la terapia al paziente, coinvolge nel discorso anche la famiglia, ascolta e non dà inizio ad una terapia senza che prima il paziente l’abbia compresa ed approvata.

Un’antica espressione della medicina persiana suona così: “Io curavo con la legge sacra, io curavo con il diritto, io curavo con la pianta, io curavo con il coltello ed io curavo con la parola”.

Nel Medioevo il medico rappresenta una figura di riferimento, insieme al giudice ed al sacerdote, non a caso vestiti tutti e tre allo stesso modo, depositari di verità assolute, saperi sconosciuti ai più e dunque non era neppure immaginabile un confronto, una relazione.

Con l’avanzare delle scoperte scientifiche, con l’avvento di società culturalmente più libere, iniziano a modificarsi i modelli sociali e, con essi, i concetti di salute e malattia.

Possiamo chiamarlo approccio psico-biologico, socio-culturale, antropologico, in ogni caso tutto, o buona parte, si centra sulla relazione medico-paziente, strutturata con la finalità di porre una diagnosi ed avviare terapie.

In Medicina il piano della relazione medico-paziente svolge un ruolo determinante e l’abilità del medico nel comunicare con il paziente rappresenta un aspetto fondamentale delle sue competenze: il paziente è portatore di una sofferenza della quale non comprende la causa, mentre il medico è il tecnico, possessore di spazi privilegiati di osservazione e depositario di un sapere scientifico sul quale basa il suo lavoro.

La narrazione degli eventi, la storia ed il mondo del paziente rappresentano i fattori che caratterizzano quel rapporto di fiducia che molti, in particolare i soggetti più anziani, hanno sperimentato con il medico di medicina generale, prima detto medico di “famiglia”.

Ancora oggi si vedono soggetti, anche giovani o adulti, continuare a far affidamento al proprio medico magari già pensionato, ma che continua negli anni a manifestare una totale disponibilità all’ascolto ed alla cura.

Vi sono situazioni nelle quali, invece, il paziente si trova a consultare specialisti dei settori più diversi, senza che giunga a una diagnosi o a una soluzione, finendo per interagire con una serie di medici certamente competenti, ma a loro volta divisi tra scienza e burocrazia, tecnologia ed economia.

Basti pensare al senso di smarrimento e di abbandono che coglie il malato quando, al controllo per una determinata patologia, trova nell’ambulatorio un medico diverso da quello atteso, con il quale aveva instaurato un rapporto e iniziato una terapia. 

La mancanza di un medico di riferimento che garantisca continuità assistenziale rende il paziente più ansioso, insicuro e solo.

Molti psicologi e studiosi moderni, inoltre, hanno evidenziato come l’utilizzo diffuso di internet stia modificando in negativo la relazione medico-paziente. Internet è diventato un “terzo incomodo” che freddamente, in maniera superficiale o troppo tecnicistica, spesso demolisce le rassicurazioni e le speranze conquistate dal malato dopo le fatiche del dialogo con il medico. 

Cosa chiede innanzitutto un malato al suo medico? 

Attenzione e disponibilità. La cosiddetta “gentilezza” viene ormai apprezzata da tutti i cittadini, forse più di qualsiasi tecnicismo o superspecializzazione, in particolare quando si tratta di diagnosi che possono cambiare la vita di una persona.

Un’efficace applicazione degli interventi diagnostici e terapeutici richiede necessariamente la collaborazione da parte del paziente: collaborazione che l’informazione, per quanto corretta ed esaustiva, non è sufficiente di per sé a garantire. 

Da qui la necessità per il medico non solo di conquistare la fiducia del paziente, ma di limitare la propria autorità: oltre al caso clinico egli deve, infatti, considerare l’uomo nella situazione complessiva della sua vita e riflettere sulle conseguenze che il suo agire può provocare sul paziente e sui familiari.

In altre parole, la capacità di attenzione del medico si esprime non soltanto nell’andare incontro ai bisogni del paziente, ma anche nell’offrirgli l’opportunità di procedere dalla “dipendenza” dai curanti e dalle cure verso l’autoconsapevolezza.

Le conoscenze cliniche sono assolutamente necessarie, ma non sono di per sé sufficienti a costruire fiducia e di conseguenza a generare speranza e senza speranza la guarigione è più difficile ed il benessere non potrà essere globale.

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