I figli adulti e la strana percezione dello sfruttamento

“La relazionalità nella terza età” è stato il tema della convention nazionale Cna Pensionati. Dall’incontro ravvicinato con i partecipanti, è emerso il profondo bisogno di considerazione, e la ricerca di un equilibrio, nella relazione con i figli e nella relazione con la propria compagna/o di vita. Un argomento sempre caldo, come si dice in gergo, comune a molti, rafforzato da esperienze dirette che ho potuto seguire da vicino attraverso le consulenze psicologiche e i confronti di gruppo.

“Mamma tienimi la bimba, la vengo a prendere stasera alle otto… Mamma veniamo a pranzo domenica… Papà il lavandino è rotto, vieni ad aggiustarlo?” Difficilmente mi è capitato di sentire risposte negative a queste richieste. Ma molte volte mi è stato confidato con tristezza “dottoressa, i miei figli mi chiamano solo quando servo”. Al di là dell’oggettività o meno di questa affermazione, ci troviamo di fronte ad un vissuto interiore doloroso, rancoroso, triste, che necessita di essere accolto, compreso ed elaborato. Il genitore anziano di oggi è consapevole delle difficoltà della società attuale: il lavoro stressante, la mancanza di tempo, i mille impegni a cui i nipoti non possono e non vogliono sottrarsi (sport, musica, amici), in cui i genitori ricoprono un ruolo soprattutto di autisti. E i nonni? Che ruolo giocano in questo panorama? In primis di nonni-sitter, poi nonni-parcheggio, e poi ancora di bancomat. Perché nell’economia familiare attuale i nonni sono una fonte di reddito sicura. Quante volte i nipoti cedono il loro affetto in cambio di denaro da parte dei nonni? 

Lo sfruttamento come sentimento celato nella relazione con i figli adulti. Le difficoltà dei figli adulti vengono ben comprese da un genitore anziano, che rinuncia a comunicare i propri pensieri o disappunti rispetto ai percepiti interiori di sfruttamento, per non pesare sui figli già “appesantiti” dalla società. Il percepito infatti di molti genitori over 70, è di essere usati dai propri figli per interessi economici o in generale per esigenze relative alla gestione dei nipoti e di cura della famiglia dei figli. Questi sentimenti si manifestano inizialmente come accettazione, trasformandosi poi in fastidio, rabbia, poi rancore e infine rassegnazione. La maggior parte delle volte queste esperienze emotive interiori non vengono comunicate ai propri figli o se lo si fà ciò avviene con poca convinzione, facendosi percepire come lamentosi o poco attenti ai bisogni altrui. Il mancato scambio, comporta da una parte l’omertà del figlio, che continua nello sfruttamento facendo finta di niente, e dall’altra istiga nel genitore anziano l’origine di sentimenti ostili. Il finale? Una famiglia allargata frustata, che non può esprimersi, e che, come sempre accade quando si è compressi, prima o poi esploderà, al momento sbagliato, con parole fuori luogo che provocano offese, giudizi, pregiudizi e rancori. 

Il coraggio del confronto tra generazioni. Tra i dialoghi più importanti avuti con mio padre, ce n’é uno che ogni tanto rammento, sia per il tono consapevole e arrabbiato che aveva con se stesso,  che per la spinta esplosiva nel coraggio di osare che mi ha dato in quel momento: “Chiara, ho lasciato andare molte occasioni di successo nella mia vita per codardia, non ho avuto il coraggio perché avevo paura di perdere le certezze. Oggi a 65 anni non voglio più aver paura. Osa figlia mia.” Quando temo di non essere all’altezza di qualche compito o ruolo, queste parole mi tornano in mente come un’ammissione coraggiosa dei propri limiti e del desiderio di cambiamento. La comunicazione delle difficoltà, dei sentimenti verso un altro, sono oro colato per le relazioni,  soprattutto quelle tra genitori e figli adulti, in cui è più utile sapere i limiti che i punti di forza. Condividere le debolezze con i propri figli aiuta ad alleggerire i rapporti e fare in modo che ognuno si prenda la responsabilità delle scelte fatte. Da bambini i genitori hanno solo pregi, da adolescenti hanno solo difetti, da adulti sarebbe corretto vederli per come sono e solo la comunicazione dei loro vissuti permette di capirli e trarne insegnamento. Esplicitare un sentimento di sfruttamento da parte di un genitore, permetterebbe al figlio di coscientizzare e prendere atto degli escamotage che gioca con se stesso e magari lo porterebbe ad un cambiamento. Da un confronto potrebbero emergere le fantasie che ognuno porta con sé, rispetto a diritti e doveri nella famiglia, a chi dovrebbe far cosa, alle aspettative rispettate o deluse. Sono molto interessanti in quest’ottica le sedute terapeutiche familiari, in cui emergono ferite, pregiudizi e pensieri di un sistema complesso come quello familiare che attraversa generazioni e società. 

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