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Ludopatia, un passatempo che diventa un problema anche per gli anziani


Varie, Apertura

Chi non ha mai giocato almeno un gratta e vinci? Tentare la sorte è una vera e propria esigenza umana che da sempre contraddistingue quel “tutto o niente” che dà brividi alla propria esistenza. Come sempre, provare emozioni è alla base delle nostre azioni. Poiché le emozioni ci fanno sentire vivi, il nostro buon Freud direbbe che cerchiamo l’istinto di vita in contrapposizione all’istinto di morte. Ecco perché abbiamo deciso, insieme alla nostra Psicologa di VerdEtà Chiara Volpicelli, di affrontare il tema della ludopatia, alias disturbo da gioco d’azzardo (DGA), diffuso purtroppo anche tra i pensionati dove si riscontra un gran numero di giocatori!

Il problema nasce quando questa ricerca diventa ossessiva e il gioco il mezzo per soddisfarla. L’Italia è il maggior Paese al mondo per il rapporto tra perdite da gioco d’azzardo e reddito pro capite e i dati dell’osservatorio Nomisma dicono che con la pandemia c’è stato un importante aumento dei giocatori, molti pensionati appunto.

Quando diventiamo patologici? Quando a domanda, rispondiamo sempre con la stessa cosa, non cerchiamo né vediamo altre possibilità. L’unica fonte di risposta che placa l’ansia della domanda è una scarica emotiva a cui il soggetto dà un significato di alto valore. Lo stato di eccitazione che deriva dall’attesa di una risposta da parte della macchina/fortuna attiva ormoni quali dopamina, serotonina ed endorfine, che portano il giocatore a ripetere costantemente l’azione generando entusiasmo e benessere per un arco di tempo prolungato. Ad un certo punto non si diventa schiavi del gioco d’azzardo ma dell’emozione che essa provoca. Il gioco – nello specifico – ha a che vedere con il bisogno di esistere, di sentirsi vivi, come prima anticipavamo, ma in modo deresponsabilizzato.

Un atteggiamento responsabilizzante verso la vita ha poco a che fare con il concetto di fortuna. Più ognuno di noi sviluppa un pensiero legato all’essere “padrone del proprio destino”, più la dipendenza si riduce. Gestire la propria vita, sentire l’utilità della propria esistenza determina e stimola la produzione di quegli ormoni che forniscono lo stesso effetto del gioco d’azzardo, sapendo però di vincere sempre, perchè si scommette su se stessi.

Non sorprende quindi che alcune ricerche scientifiche (Weintraub et al. 2010; Crockford et al. 2008) dimostrino una correlazione tra l’Alzheimer, il Parkinson e la ludopatia, proprio nelle fasi iniziali di tali morbi, quando cioè il disturbo non si manifesta in maniera palese ma l’individuo fatica già a svolgere le normali funzioni quotidiane. Accanto, infatti, agli ormoni dell’eccitazione si sviluppa anche il cortisolo, ormone che sul piano psicofisico comporta stanchezza, depressione e diminuzione della memoria, trovandosi in breve tempo in un clima di smarrimento e danneggiamento dei freni inibitori alias la razionalità che si attiva proprio quando si decide di prendere in mano la propria vita.

Giocare non è molto diverso dal rischio imprenditoriale che può dare una risposta più sana al bisogno, con la differenza che per rischiare a livello imprenditoriale si definisce un obiettivo, si pianifica e si agisce. La conseguenza, quindi, è un brivido responsabilizzato. La chiave, infatti, di uscita da questa dipendenza è lo sviluppo della consapevolezza che è possibile provare l’eccitazione anche in altre modalità, che richiedono più responsabilità e scambio attraverso le relazioni e attività di investimento.